Contributi, giudice stanga Comune

L’ente condannato a pagare gli oneri a Benedetti e Capri i quali daranno tutto in beneficenza
L’AQUILA. Il giudice del lavoro, Annamaria Tracanna, ha condannato il Comune in relazione alla richiesta fatta dal presidente del consiglio comunale, Carlo Benedetti e dall’assessore Maurizio Capri di ottenere gli oneri previdenziali, assistenziali e assicurativi a loro negati dall’ente per le funzioni che svolgono, (in quanto liberi professionisti): per contro sono concessi in toto ai lavoratori dipendenti come sindaco e tutti gli assessori.
I due amministratori, aspetto non secondario di tutta la vicenda, hanno avviato la controversia per una ragione di principio al punto che hanno già destinato quanto sarà liquidato dal giudice a opere pie ancora prima di incassare la somma.
Tutto poggia sull’applicazione di una disposizione interna, che non trova spazio in altri Comuni come quello dell’Aquila ma anche in quelli più piccoli, per la quale i due per fare politica attiva e fruire dei pagamenti forfettari assistenziali, avrebbero dovuto sospendere l’attività forense con la cancellazione dalla loro cassa previdenziale. Una disposizione che era stata anche osteggiata dal parere negativo dell’avvocatura municipale.
Tuttavia era giunta una nota della dirigente comunale Angela Spera ai due amministratori nella quale essi venivano invitati, per l’appunto, a produrre un’attestazione di rinuncia all’espletamento dell’attività professionale per tutta la durata del mandato, pena la sospensione del pagamento alla cassa forense, cosa poi avvenuta.
Questo modo di ragionare, secondo il giudice, avrebbe nella sostanza realizzato una disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti e autonomi. Ciò cozza con l’articolo 51 della Costituzione per il quale «tutti i cittadini possono accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza».
Tra le innumerevoli valutazioni che hanno indotto il giudice a tale decisione c’è anche quella, prospettata nel ricorso, che il libero professionista cui verrebbe impedito di lavorare per poter fare politica, finito il mandato, troverebbe non poche difficoltà nel ricollocarsi nel mondo del lavoro.
Spunta, inoltre, un atteggiamento del Comune quantomeno insolito avvenuto dopo la sentenza e criticato, in una nota, dall’avvocato Raffaella Russo, la stessa che ha redatto i ricorsi.
La giunta, infatti, ha deliberato l’impugnazione del provvedimento con una celerità degna di miglior causa. «Desta stupore», scrive l’avvocatessa in una nota al sindaco, «che si sia deciso di impugnare queste sentenza solo 45 ore dopo la pronunzia. Ciò è ancora più stupefacente se si considera che le medesime non sono state ancora notificate e l’ente non ha conoscenza legale, nè potrebbe averla, dei provvedimenti nei confronti dei quali, però, ostenta la tenace intenzione di impugnazione prima di conoscere le motivazioni. Tale atteggiamento è irrispettoso di ogni procedura di garanzia e avventato giacchè non si è acquisito nemmeno il parere dell’avvocatura comunale». Per cui l’atto è «arbitrario».
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