Contributo illecito, condanna confermata

Nei guai una donna accusata di false attestazioni al fine di ottenere un indennizzo per la casa inagibile dopo il sisma
L’AQUILA. La Cassazione ha respinto il ricorso e quindi confermato la condanna in Appello a carico di R.B., 39 anni, dell’Aquila accusata di aver ottenuto con falsa dichiarazione (e quindi non avendone diritto) una casa equivalente al posto di quella distrutta dal terremoto del 6 aprile 2009 che si trovava in via Sturzo 39.
Per i giudici dell’Alta Corte l’imputata era stata «condannata per il delitto di cui all’articolo 316-ter del codice penale per avere falsamente attestato che un immobile, andato distrutto in occasione del sisma dell’Aquila del 2009, fosse la propria abitazione principale, in tal modo indebitamente ottenendo il contributo pubblico per l’acquisto di un’abitazione equivalente. È incontroverso tra le parti che in quell’abitazione la ricorrente, quantomeno, non vi dimorasse, essendo la stessa locata a studenti, uno dei quali peraltro deceduto in conseguenza del sisma. Con il ricorso, e con memoria integrativa depositata in cancelleria nelle more, l’imputata deduce la violazione dell’articolo 47 del codice penale invocando l’errore su legge extrapenale integrante errore sul fatto, sostenendo di aver ritenuto che detto immobile potesse considerarsi come propria abitazione principale, in quanto unico immobile a uso abitativo in sua proprietà». «Il ricorso è inammissibile», scrive la Cassazione nell’ordinanza pubblicata pochi giorni fa, «perché la doglianza è manifestamente infondata. Risulta dalla sentenza, infatti, ed il ricorso non lo contesta, che, con l’attestazione da lei resa, l’imputata abbia dichiarato di avere “stabile dimora” in quell’immobile: concetto, questo, correttamente ritenuto dalla Corte d’Appello come non implicante conoscenze giuridiche e insuscettibile di fraintendimento. Talché risulta indiscutibile la consapevole falsità di tale sua attestazione». La vicenda risale al 2012 (quando ancora c’era il regime commissariale e le pratiche venivano esaminate dalla cosiddetta filiera) anno in cui l’imputata ottenne il contributo per l’abitazione equivalente. Nelle prime indagini della Finanza furono pure contestati l’ottenimento di fondi relativi al risarcimento danni ai mobili e alla autonoma sistemazione _ come risulta pure da una delibera con cui la giunta comunale il 22 maggio 2015 autorizzava l’Avvocatura a costituire il Comune parte civile nel procedimento penale _ per un totale di circa 140.000 euro. Nella delibera di giunta c’era scritto che il fatto che l’alloggio fosse in affitto e che nel crollo ci fosse stata una vittima fu «taciuto all’Ente per evitare riscontri puntuali».
Tra l’altro le indagini partirono da una nota inviata nell’ottobre 2014 dagli uffici comunali alla Procura della Repubblica in cui si sottolineavano problemi nella pratica di richiesta del contributo di indennizzo dei beni mobili. La Procura delegò le indagini alle Fiamme Gialle che accertarono l’illegittimità dei fondi ottenuti per l’acquisto (a Pescara) dell’abitazione equivalente. L’inchiesta all’epoca fece parecchio rumore in città proprio perché l’immobile per il quale era stata chiesta la delocalizzazione, fino al 6 aprile 2009 era occupato, con regolare contratto di locazione, da tre studenti universitari di cui uno perse la vita sotto le macerie dell’edificio. Nel corso delle indagini furono ascoltati anche i due studenti sopravvissuti.
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