Così la mafia si “mangia” il Fucino

23 Luglio 2015

Le intercettazioni della maxi inchiesta, prezzi imposti sul trasporto degli ortaggi e tangente del 5%

AVEZZANO. Il sistema mafioso grazie al quale i clan gestivano il prezzo del trasporto dei prodotti del Fucino, venuto alla luce nell’operazione della Dia di Roma, funzionava grazie a una serie di contatti consolidati di autotrasportatori e aziende che sono arrivate a detenere il monopolio del mercato agricolo marsicano e di alte importanti località del settore ortofrutticolo.

Tutto ciò emerge dalle intercettazioni registrate nell’indagine della Direzione investigativa antimafia che ha portato a venti arresti. I bancali di prodotti venivano pagati per il trasporto dai 60 ai 70 euro, ma il 5% andava al clan. Il giro di affari andava da Avezzano a Fondi, ma anche dalla Sicilia e al nord Italia. Le famiglie appartenenti ai Casalesi e al clan Mallardo, con l’appoggio quest’ultimi anche della mafia catanese, gestivano indisturbati da anni il trasporto, imponendo il prezzo agli agricoltori e tenendo per la gola chi aveva bisogno di vendere la merce e quindi di spostarla da una regione all’altra.

A far partire le indagini è stata un’intercettazione del 2012 tra Luigi Terracciano, braccio destro di Costantino Pagano (fazione Schiavone-Del Vecchio) proprietario della Paganese trasporti, e Francesco Sangari, figlio del commerciante catanese di frutta, in cui si parla chiaramente dei prezzi del trasporto dei bancali da Napoli e da Avezzano.

Terracciano: «Francesco, ma i bancali da Napoli sono 60 euro… da Avezzano sono 70 euro no 60».

Sangari: «Allora ascolta, io li ho pagati sempre 60 euro, 55 li pago da Napoli e 60 da Avezzano. Ma sempre li ho pagati tanto… non è che…».

Terracciano: «No, dico tu paghi 55 da Napoli e 60.., allora quelli che pagano 60 da Napoli e 70 da Avezzano sono più fessi o sono più stronzi».

Poi i toni si fanno più duri. Terracciano: «Francè allora ti pigli collera se la prossima volta che mi chiamano i bancali non li carico?»

Sangari: «…Fai come vuoi.., io 70 euro non te li pago».

Terracciano: «Gigi tu comandi e io sono fesso giusto? Perché noi poi … 3 euro e ottanta siamo stronzi e stiamo a posto … ti sto chiedendo il permesso a te tu ti offendi se io non li carico?».

Il prezzo praticato includeva la “stecca” per i clan, secondo gli investigatori, che hanno contestato ad alcuni indagati l’aver imposto una tangente del 5% del valore delle merci vendute. Cifra che si aggiungeva ai profitti sui trasporti, che avvenivano utilizzando società legate ai clan.

Successivamente Luigi Terracciano, riguardo alla lamentela sul prezzo del trasporto, minaccia di non far caricare più le pedane da un’azienda di Avezzano: «Siccome questo per due pedane si mette sempre a fare storie, si mette sempre a fare discussioni, allora a questo punto qua sai cosa dobbiamo fare? Glieli dobbiamo lasciare a terra!».

Poi aggiunge di riferire il messaggio direttamente al dipendente, un marocchino del Fucino: «Diglielo al marocchino che manda a prendere ad Avezzano per (altra azienda)... le portano a Fondi e da Fondi li mandano a Catania, che gli viene meglio... E noi ci leviamo di mezzo..».

In sostanza venivano controllati gli autisti (i cosiddetti “padroncini”) con vere e proprie tabelle giornaliere. Uno dei tanti autisti ascoltati dagli investigatori raccontava che era stato contattato da Terracciano che nel 2012 era tornato in attività «offrendo il servizio di trasporto per i mercati siciliani serviti dalla Marsica».

Pietro Guida

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