Così la Visitazione di Raffaello fu tolta alla città dell’Aquila

24 Dicembre 2019

Errico Centofanti svela i misteri del dipinto requisito nel 1655 e ora esposto al Prado di Madrid. Era per la cappella Branconio

È uno dei misteri della storia aquilana. Parliamo di un quadro di Raffaello, la Visitazione, che, destinato alla città, è finito in Spagna. Errico Centofanti racconta i retroscena inediti della vicenda. Il prossimo anno saranno 500 anni dalla morte di Raffaello e nel 2025 saranno passati 5 secoli dalla morte dell’aquilano Giovanni Battista Branconio, amico dell’artista.

L’aquilano Branconio, a lungo vissuto a Roma nella veste di orafo pontificio e protonotario apostolico, fu amico strettissimo di Raffaello, tra l’altro condividendo con lui la regia dei principali eventi pubblici del papato nonché l’animazione della brillante mondanità rinascimentale promossa da Papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, e dal Cardinale Innocenzo Cybo, nipote del defunto Papa Innocenzo VIII per parte paterna e di Lorenzo il Magnifico per parte materna. Tanto fu sfavillante in vita l’amicizia di Branconio e Raffaello, quanto è stato drammatico il destino per i due maggiori lasciti che grazie a quell’amicizia sono venuti alla luce. Il palazzo che Raffaello aveva progettato per Branconio davanti a San Pietro, nonostante fosse e rimanga annoverato tra i capolavori architettonici del Rinascimento, è stato demolito a metà del Seicento per far posto a quell’altro capolavoro che è il Colonnato di Gian Lorenzo Bernini. La grande tavola a olio della Visitazione, dipinta da Raffaello nel 1517 per la cappella Branconio nella chiesa di San Silvestro all’Aquila, invece, venne requisita dagli spagnoli che per quasi quattro secoli hanno tenuto il Regno di Napoli sotto il loro imperio.
IL DRAMMA
Il dramma della Visitazione prende le mosse nel 1654. «La robba, i figli, il sangue, la vita, e quanto habbiamo» offriamo in difesa della Corona di Spagna e a tal fine ai Signori del Magistrato «concediamo pienissima potestà di far impositioni, spendere et spandere». Fu questo il cuore della deliberazione che il Pubblico General Consiglio della città dell’Aquila adottava l’8 Novembre del 1654 con «viva voce, de communi voto et nemine discrepante», spianando la strada al saccheggio immediatamente avviato dal regio governatore Gabriele de Belendis. Per motivare quella dissennata deliberazione, i maggiorenti tentarono di far credere che si trattasse di un mettere le mani avanti in vista di un’invasione francese. Ma non c’era niente di vero in quell’ipotetico pericolo. Si mise in giro la diceria che fosse un atto riparatorio per le turbolenze esplose tra le martoriate masse popolari sull’onda della sollevazione guidata a Napoli da Masaniello. Ma erano passati sette anni! Se ne dissero tante, ma in realtà d’altro non si trattò se non di quella vergognosa esibizione di servilismo verso i governi centrali con cui il notabilato cittadino è sempre pronto a far prevalere i propri interessi privati su quelli pubblici.
PREDA PRELIBATA
Sta di fatto che – ruba questo e prendi quello – a un certo punto fu di turno la preda prelibata, cioè la Visitazione. Data la preziosità, la fama e la vistosità dell’oggetto, all’inizio ci fu un approccio “gentile”. Il 5 Agosto del 1655 una missione governativa si presentò in San Silvestro per prelevare la tavola, affermando di agire su mandato del Papa e nell’interesse del Viceré di Napoli. Il Capitolo si oppose, fece sgombrare la chiesa e ordinò l’immediata chiusura di tutte le porte. Un’ambasceria prontamente mandata in Vaticano raccolse soltanto un generico “si vedrà”. Una settimana dopo, il Vescovo dell’Aquila, Francisco Tellio de Leon, presentò un nuovo ordine, avvalorato da lettere del Nunzio Apostolico a Napoli e del Segretario di Stato del Papa. Il Capitolo, di nuovo, oppose un netto rifiuto. Allora ai soldati spagnoli venne ordinato di sfondare a picconate il lato esterno della cappella Branconio. Ma l’intervento del Vicario Generale della Diocesi bloccò quell’inaudita violenza. Infine, il 16 agosto, fallito ogni ulteriore tentativo di scongiurare la rapina, il Vescovo tornò, insieme con magistrati, messi governativi e soldati: non ci fu modo di opporre resistenza e la tavola prese la via per Napoli.
LA VERITÀ DEI FATTI
Questa è la veridica ricostruzione dei fatti desunta dalle memorie manoscritte dell’arciprete Lodi, testimone oculare. Al contrario, scrittori e cronisti locali, tutti “cuor di leone”, ivi compreso il celebratissimo arcivescovo Antinori, raccontano di un grazioso donativo offerto all’imperial corte di Madrid. D’altra parte, se si consulta il madrileno Museo Nacional del Prado, dove la tavola, trasposta su tela, è approdata nel 1837 dopo varie vicissitudini, si viene a sapere che l’opera era stata “acquistata nel 1655” dal re Filippo IV: magari sarà pure vero, come escludere che il regio denaro sia stato sparpagliato tra le saccocce dell’ipercorrotta e spietata catena di politici, burocrati e prelati di Spagna? Poi, nel volgere di sei anni, giunse a maturazione anche il destino del palazzo di Roma, demolito nel 1661. Oggi, della gloriosa stagione di Giovanni Battista restano i vasti affreschi fatti realizzare da allievi di Raffaello nel palazzo accanto a San Silvestro e nel poco discosto “luogo di delizie”. Sopravvive pure la cappella ristrutturata nel 1625, a cent’anni dalla morte di Giovanni Battista, splendidamente affrescata da Giulio Cesare Bedeschini, che, tra l’altro, in un delizioso “a parte”, ritrae il famoso elefante Annone, del quale Leone X aveva eletto custode proprio Giovanni Battista.
LA COPIA
Quanto alla Visitazione, nella cappella c’è solo una copia; tuttavia, a volersi consolare del rapimento dell’originale, si può prendere per buona la riduttiva attribuzione con cui il Museo del Prado indica gli autori in Giulio Romano e Giovan Francesco Penni, due tra i più prestigiosi allievi di Raffaello. In conclusione, ricordando Raffaello s’arriva a ricordare Giovanni Battista Branconio, il cui ruolo intellettuale assai significativo nel duplice contesto rinascimentale di Roma e dell’Aquila, meriterebbe adeguati approfondimenti in vista del suo Cinquecentenario.

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