«Così abbiamo messo in salvo i nostri figli»

11 Marzo 2022

Le storie dell’ex bambina di Chernobyl e del papà rimasto vedovo fuggiti dai bombardamenti

CERCHIO. Quando nel 1986 si verificò il disastro di Chernobyl, Svetlana Hut aveva appena sei anni. Oggi è tra le madri che sono fuggite dall’Ucraina, martoriata dalla guerra, per preservare i propri figli dai bombardamenti russi. Svetlana, che parla correttamente l’italiano, insieme ai suoi tre bambini, è oggi una degli ospiti del comune di Cerchio.
La giovane, che insegna inglese in un istituto di Kiev, accetta di raccontare la sua storia, non senza aver prima espresso la «immensa gratitudine sua e dei suoi connazionali per la generosità e l’affetto che la comunità di Cerchio sta loro dimostrando».
«All’età di cinque anni», ricorda Svetlana, «i miei genitori, come tanti altri genitori ucraini e bielorussi, più esposti alle radiazioni della centrale nucleare di Chernobyl, approfittando della grande generosità del popolo italiano, che ha aperto le braccia a tantissimi bambini a rischio, mi hanno consentito di trascorrere, per quasi 10 anni, l’estate in casa di una famiglia di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Famiglia che è rimasta sempre nel mio cure. Dopo questa bellissima esperienza, mi sono prima laureata e poi sposata. Dal matrimonio sono nati tre figli, due maschi, che oggi hanno 10 e 12 anni, e una femminuccia, 9 anni. Mio marito è un militare di professione e da otto anni combatte contro i russi. È stata dura separarci, ma abbiamo convenuto che la cosa più importante in questo momento era quella di mettere in salvo i nostri figli. Appena la famiglia di Montalto di Castro ha saputo che stavo per lasciare l’Ucraina, ha espresso il desiderio di andare con i ragazzi a vivere da lei. Le ho fatto presente, però, che insieme ad altri profughi sarei andata in Abruzzo. Stamattina mi hanno telefonato dicendomi che mi vogliono assolutamente a casa loro. E che tra due, tre giorni verranno a prenderci. Per due volte, prima da sola, ora insieme ai miei figli, la mia vita è stata in pericolo. E l’Italia mi è stata sempre vicino. Amo questo Paese».
Un altro genitore che allo scoppio della guerra si è preoccupato di portare via dall’Ucraina le proprie figlie è Roman Kaspersky, 39 anni, anche lui di Kiev. Le figlie sono quattro. La più grande ha 12 anni.
Avviciniamo Roman per raccontarci la sua odissea. Non conoscendo bene l’italiano, ha qualche difficoltà a farsi capire. Svetlana, essendosene accorta, si è avvicinata, offrendosi di fare da interprete.
«Dopo che abbiamo avuto due figlie», racconta Roman, «mia moglie ha voluto che ne adottassimo altre due. Dopo qualche anno, però, mia moglie si è ammalata gravemente e ci ha lasciato. Mi sono così ritrovato con quattro bambine piccole. Per prendermi cura di loro ho dovuto sacrificare in parte il lavoro. Oggi sono felice di avere potuto mettere al riparo dai bombardamenti le mie adorate figlie e sarò eternamente riconoscente al paese che ci ha accolto con affetto e amore. Spero tanto che le mie figlie, appena possibile, possano riandare a scuola e imparare anche l’italiano». (n.m.)
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