Così i Sabini si difendevano dalle acque

11 Aprile 2019

Spuntano arginature in pietra vicino all’area archeologica di Amiternum, risalgono a prima dell’epoca romana

L’AQUILA. Un altro importante pezzo di storia del circondario aquilano è venuto alla luce. Si tratta di imponenti arginature in pietra – nel linguaggio degli esperti briglie – rinvenute a Rio Peschio, che si trova vicinissimo all’area archeologica di Amiternum. Sono opere realizzate quasi certamente dai Sabini, prima, quindi, della conquista romana. La scoperta si deve a due appassionati di storia e archeologia, Giovanni Cialone e Gianfranco Consorte.
LA SCOPERTA. «Recentemente io e Gianfranco Consorte, che per primo ha individuato le strutture», dice Giovanni Cialone, «abbiamo fatto un sopralluogo lungo quello che sulle vecchie carte catastali viene denominato Rio Peschio. Con meraviglia e stupore abbiamo trovato, quasi intatte, 14 briglie: 7 sul percorso principale, 4 su un fosso affluente e 3 più piccole su di una valletta laterale che confluisce sempre sul fosso affluente. Il percorso per raggiungere il luogo è accidentato, difficile per le pendenze e per la presenza di un’aggrovigliata vegetazione. La zona si trova a poco più di un chilometro in linea d’aria dal teatro di Amiternum, a dimostrare l’ampiezza dell’area archeologica Amiternina e la stratificazione di epoche storiche nell’area stessa. Il punto è nascosto, inaccessibile e lontano dalle pressioni umane che tanti danni hanno causato e stanno causando all’area archeologica e questo ne ha permesso la quasi completa conservazione. È un’opera di ingegneria idraulica monumentale per l’epoca della costruzione, non riscontrabile per dimensioni in altre parti e completata oltre che dalle briglie trasversali, da murature a secco, sia in sponda destra che sinistra del fosso e parallele ad esso, utili a contenere le scarpate in breccia friabile che poteva essere erosa e trasportata facilmente a valle dalle acque», sottolinea Cialone.
DUE CHILOMETRI. La parte ispezionata riguarda un tratto di circa due chilometri. Partendo dal basso la prima briglia, la più grande, ha dimensioni di circa 40 metri ed è alta più di 4 metri. Costruita ad arco, è realizzata con grandi blocchi di calcare costituiti da brecce cementate, semilavorati e giustapposti a incastro. Il materiale è stato reperito e lavorato sul luogo. Una particolarità: al centro della briglia, su un masso sporgente, è stato realizzato in epoca recente, durante il rimboschimento degli anni Trenta del secolo scorso, un abbozzo di fascio littorio con la scritta Anno XIII (dell’era fascista, ndr). «L’interrogativo che a questo punto ci si deve porre», afferma ancora Cialone, «è il perché di quest’enorme e ingegnosa opera idraulica e quale popolo l’ha realizzata. Si può rispondere che il Rio del Peschio, lungo circa cinque chilometri e con un salto di più di 600 metri, è l’impluvio naturale di una vastissima area montana adibita da sempre a pascolo. A valle c’è una vasta zona agricola protetta dalle piene stagionali dell’Aterno ed ecco il perché si salvaguardava la fertile pianura difendendola dalla violenza delle acque, specialmente quelle derivanti dallo scioglimento delle nevi, regimentandole, riducendone la velocità e accompagnandole verso l’Aterno. Altra domanda da porsi è chi le ha realizzate. La letteratura dei secoli passati è piena di contraddittorie indicazioni sui costruttori delle mura poligonali. Per la loro imponenza, queste costruzioni furono attribuite perfino ai mitici ciclopi o ai Pelasgi, misterioso popolo pre-ellenico. Una risposta più vicina alla realtà la si può ricavare dall’epoca di costruzione. La maggior parte degli studiosi considera, per le opere poligonali, un arco temporale che in genere va dalla fine del VII secolo avanti Cristo a tutto il periodo repubblicano. Dunque quasi certamente furono i Sabini a realizzarle. Si tratta di un sistema di difesa e regimentazione eccezionale, sotto molti aspetti moderno se consideriamo la curvatura di controspinta, i contrafforti laterali, la base sotto la briglia in modo da evitare erosioni e murature laterali del fosso a protezione. Un sistema importante, unico nel suo genere per l’area aquilana. È un altro tassello del puzzle che si va costruendo intorno ad Amiterno e testimonia la vitalità del periodo italico, vitalità acclarata già dalle scoperte fatte sul colle di San Vittorino – dove c’è probabilmente l’antica Testruna – dal professor Michael Heinzelmann a cui si è aggiunta la scoperta di una grande necropoli sabina nella zona industriale di Pizzoli. L’organizzazione urbana», conclude Cialone, «potrebbe quindi essere così descritta: abitato sabino sul colle di San Vittorino, necropoli a meno di due chilometri – stesso schema della necropoli di Fossa e dell’insediamento del Cerro – terreni coltivabili nel mezzo (soprattutto cereali, ndr), pascoli e transumanza verticale nelle montagne verso il Gran Sasso. Attenzione, salvaguardia, conservazione e valorizzazione è quello che si deve reclamare, oggi, se veramente si vuole proteggere l’area e se crediamo ancora di poter fare turismo culturale. È auspicabile che chi per legge ha deleghe specifiche si attivi per salvare le aree di particolare interesse archeologico».
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