Così l’uomo in divisa scavava e poi tornava a salvare gli altri

6 Aprile 2016

Il drammatico racconto di un maresciallo in “prima linea”: noi al lavoro tra lacrime e dolore, ma lo Stato era presente

di ANGELA BAGLIONI

Alla luna piena manca solo uno spicchio sottile, ma la luce filtra a stento dalla coltre spettrale di polvere che riempie la notte aquilana. C’è chi grida, chi piange, chi si aggira inebetito tra le macerie, e c’è la sagoma di un uomo in pigiama e giacca d’ordinanza, che tira via le pietre a mani nude. È crollato il mondo, da pochi minuti, e c’è già un carabiniere che scava. Salvare, salvare più vite possibili, non fermarsi a contarle, non serve, perché c’è qualcun altro sotto le macerie che aspetta ancora di essere salvato. È una corsa contro il tempo quella di . Maurizio Facchini, comandante della stazione di Paganica, che quella sera di sette anni fa, poche ore prima del sisma, alla stanchezza univa un triste presentimento.

Comandante, ci racconta le ore che hanno preceduto la scossa delle 3.32?

«Ero alla processione della Via Crucis che a Paganica si svolge la Domenica delle Palme quando la terra ha tremato forte, una scossa diversa da tutte quelle dei giorni precedenti. Tornato a casa ero molto stanco, ma non riuscivo a prendere sonno per l'agitazione. Il secondo terremoto è stato meno forte del precedente, ma carico anch’esso di sensazioni negative. Poi è stato l’inferno. La luce non si accendeva, i miei figli urlavano, dagli armadi cadeva di tutto, in un fragore indefinito di piatti, bicchieri, pentolame. Passata la scossa ho constatato che eravamo tutti salvi, quindi ho indossato al volo un paio scarpe, ho messo la giacca a vento sopra al pigiama e siamo scesi nel piazzale della caserma, dove c’era un collega della stazione».

Appena fuori, cosa si è trovato davanti?

«C’erano solo la luce della luna e pulviscolo nell’aria. Ho pensato fosse nebbia, poi mi sono reso conto che era polvere. La centrale operativa era subissata di telefonate. A quel punto ho messo la famiglia in macchina e l’ho lasciata sul piazzale, poi ho preso l’auto di servizio e sono uscito. Una delle prime persone che ho incontrato è stato il responsabile della protezione civile degli alpini di Paganica. Gli altri tre carabinieri della stazione già erano partiti per mettersi a disposizione».

Comandante, qual è stata la prima tappa del giro del dolore?

«In centro, in mezzo alla gente che chiedeva aiuto. Ho temuto di non farcela, perché le richieste di aiuto erano tante e non sapevo a chi dare precedenza. Hai solo due mani, e cosa rispondi a chi ti dice ho mamma sotto le macerie, ho papà, ho mio figlio, mia sorella intrappolata dentro casa?».

Quante persone è riuscito a salvare?

«Non lo so. Appena tirato fuori uno, ce n’era già un altro da salvare e si ripartiva a scavare. C’era gente che urlava al monastero delle Clarisse. Il tetto era crollato. Con una scala ho raggiunto la stanza dove dormivano due suore. Una era morta. L’altra, molto anziana e di corporatura minuta, era ferita. L’ho presa dalla finestra e l’ho portata giù. Ho pensato solo dopo che avevo abbandonato la mia famiglia, rischiando di lasciare due orfani e una vedova, ma quando indossi la divisa il tuo dovere è soccorrere la popolazione. Non appartieni più a te stesso, pensi alla comunità che ti è stata affidata».

Dopo questo primo giro di ricognizione è tornato in caserma, dove è riuscito a indossare l’uniforme...

«Sì, e ho detto a tutti i miei carabinieri di fare altrettanto. Era necessario che la gente capisse che lo Stato c’era e che i soccorsi sarebbero arrivati. Con un collega sono ripartito verso San Gregorio, trovando il centro distrutto. Eravamo in strada, con i lampeggianti accesi per dire siamo lo Stato, abbiamo le mani nude, ma ci siamo. A Onna la via principale era ostruita dai detriti. Camminavo sulle macerie ma non vedevo nulla. Quando ho messo un piede in fallo, al buio, mi sono reso conto che camminavo sopra le macchine parcheggiate. Onna non c’è più, ho detto al comando generale. Poi sono andato a Tempera. Anche lì il centro storico era completamente distrutto. Ci siamo arrampicati per cercare di salvare chi era intrappolato, ma a ogni passo le macerie si sgretolavano, barcollavi all’indietro. Poi, sotto i mattoni di una casa, ho visto due anziani morti abbracciati e coperti di sangue».

Cosa ha provato in quel momento?

«Non sentivi la fatica, ma la desolazione, lo scoramento. Non potevi permetterti il lusso di fermarti. La fatica la sentivi solo quando trovavi i morti e ti sentivi impotente, inutile. Ma non c’era il tempo per piangere, perché in un secondo dovevi ripartire. A mio figlio che all’epoca aveva 19 anni (e che ora è diventato carabiniere come il papà, ndr), ho detto di fare l’uomo di casa. Pensavo che probabilmente non sarei tornato, sepolto da qualche maceria. Ho ripreso i contatti con il responsabile degli alpini, abbiamo precettato supermercati e farmacie per avere alimenti, farmaci. Il mio pensiero era il latte in polvere per i bambini. I soccorsi sarebbero arrivati, ma nel frattempo eravamo soli. Il campo di Paganica è stato il primo a fornire pasti caldi. Guidavo con le lacrime agli occhi e il cuore a pezzi, anche se il dolore era un lusso che non potevo permettermi. Nel frattempo era sorta l’alba, e con essa è arrivata la conta dei morti. Fino alla mattina ero solo con i miei carabinieri a gestire diecimila abitanti disperati».

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