«Così nacque L'Aquila nel Medioevo»

26 Gennaio 2019

In un volume sui primi secoli della città rilegge i rapporti con monarchia e contado

È un giovane storico, Pierluigi Terenzi. Ha 39 anni , è nato a Pescara e nel 2015 ha dato alle stampe per le edizioni “Il Mulino” un volume di oltre 700 pagine dal titolo: “L’Aquila nel Regno. I rapporti politici fra città e monarchia nel Mezzogiorno tardomedievale”. È una storia ben scritta, di piacevole lettura che poggia su una documentazione sterminata sulla fondazione dell'Aquila nel XIII secolo e alle vicende dei due secoli a seguire con una particolare attenzione al Quattrocento.
Terenzi, prima di entrare nel dettaglio del suo volume sulla storia dell'Aquila può in breve raccontare qual è stato il suo percorso di formazione?
«Mi sono innamorato della storia medievale all’Università di Chieti, grazie al professor Luigi Pellegrini. Ricordo ancora quando – ormai quindici anni fa – mostrò a noi studenti alcune pergamene conservate ad Assisi: fui folgorato dalla bellezza di quelle testimonianze degli uomini del passato. Da allora ho continuato a muovermi tra diversi Istituti di formazione e ricerca: le Università di Firenze, Milano, Parigi Sorbona, Napoli, Padova, l’Istituto Croce di Napoli e altri enti nazionali e internazionali. Ho potuto confrontarmi con diversi ambienti, ciascuno dei quali ha contribuito in maniera decisiva alla mia crescita come storico e come uomo: non bisogna dimenticare che ogni esperienza in luoghi diversi da quelli natii è fondamentale per la formazione della propria identità».
Lei è nato a Pescara, come è maturato il suo interesse per L'Aquila?
«Paradossalmente è stato a Firenze che mi sono avvicinato all’Aquila come oggetto di studio. La conoscevo già, ovviamente, ma ritrovarne la vicenda storica nel corso dei miei studi ha sollecitato la mia curiosità permettendomi di apprezzarne a fondo la natura di città. In precedenza, a Chieti, avevo studiato l’Abruzzo adriatico, ma i forti interessi per la storia urbana che caratterizzano la “scuola” storiografica fiorentina mi hanno portato a ri-scoprire la città più grande dell’Abruzzo medievale, particolare tra le particolari e dalla traiettoria storica estremamente affascinante».
Nel suo libro analizza molti aspetti della storia del capoluogo d'Abruzzo. Iniziamo da quello più dibattuto: quanto è stata autonoma e libera la città nel periodo tardo medioevale rispetto al potere centrale, in particolare Angioini e Aragonesi?
«Ciò che ho cercato di dimostrare nel libro e in altri studi è che la questione dell’autonomia – o della libertà – non era al centro del dibattito né in cima alle preoccupazioni degli aquilani. Per loro, come per tutti gli abitanti delle città del Regno di Napoli, l’esistenza di un potere superiore come la monarchia non era un problema, ma un’opportunità. Per capirlo dobbiamo liberarci dell’idea che un sovrano di quel periodo fosse dispotico per sua natura e che imponesse la propria volontà senza alcun condizionamento. I rapporti tra città e monarchia erano improntati, piuttosto, all’insegna della negoziazione, poiché ciascuna comunità trattava con la corte per ottenere sgravi fiscali, riduzioni delle prestazioni dovute, privilegi commerciali o di altro genere. Nessuno metteva in questione il potere della monarchia in quanto tale; al massimo si contestava il singolo re perché se ne voleva un altro. Proprio L’Aquila sostenne più volte il ritorno degli Angioini contro gli Aragonesi e, per ribellarsi, nel 1485 si sottomise al Papa, piuttosto che dichiararsi autonoma. Dunque, la questione è un’altra: che cosa potevano decidere gli aquilani di sé stessi? Molto, ma così era in tante altre città del Regno di Napoli».
Altro aspetto che fa discutere ancora oggi è il rapporto tra la città e il contado. Lei, che lo ha studiato in maniera approfondita, che idea si è fatta?
«L’Aquila era una delle poche città del Mezzogiorno ad avere un contado molto ampio e sottoposto interamente al controllo del centro urbano. In larga parte, ciò fu il portato del modo in cui la città era sorta – non per volontà di Federico II, è bene precisarlo – intorno alla metà del Duecento. Gli abitanti di una settantina di villaggi e castelli della valle Aterno, molti dei quali ancora esistenti, si trasferirono su quella altura e costruirono la magnifica citade, come la chiamava il cronista Buccio di Ranallo nel Trecento, riprendendo l’uso corrente. I membri del governo cittadino si chiamavano magnifici signori della Camera aquilana. Il rapporto città-contado fu molto stretto a causa di questa genesi territoriale e anche per il fatto che, per qualche decennio, chi era restato nei villaggi era un cittadino a tutti gli effetti. Le cose cambiarono, tra fine Duecento e primi del Trecento, quando L’Aquila città sviluppò rapidamente un’economia commerciale, largamente basata sulla lana, e quando i mercanti assunsero il controllo politico. Il contado diventò la riserva agricola e soprattutto fiscale della città, rompendo l’equilibrio precedente, tanto che, nel Quattrocento, alcune comunità si distaccarono dalla dipendenza dal centro urbano per porsi sotto la protezione del re. Ma la definizione di “città-territorio” che ha dato dell'Aquila Maria Rita Berardi è valida per questi secoli medievali e anche oltre. Non si applica bene anche alla realtà attuale?».
Come hanno inciso nella storia dell'Aquila terremoti e malattie, penso alla peste, dalla fondazione al 1500?
«Tre furono i terremoti principali che sconvolsero la città prima del Cinquecento: 1315, 1349, 1461-62. In tutti i casi, i cronisti dell’epoca raccontano di macerie sparse ovunque, sbigottimento e paura, e ovviamente morti. Lo stesso vale per le epidemie; prima tra tutte la terribile Peste Nera del 1348, che colpì L’Aquila giusto l’anno prima del terremoto. La popolazione fu decimata e i sopravvissuti adottarono comportamenti prima impensabili: gli anziani sposavano le giovani, uomini e donne di Chiesa lasciavano l’abito per potersi sposare, e via dicendo. La ricchezza si concentrò nelle mani dei superstiti, che però diventarono avari, come dice Buccio di Ranallo: “le persone vennero a mancare, l’avarizia crebbe”. A suo dire, il terremoto del 1349 non fu altro che una punizione divina per questi e altri comportamenti. I sismi colpirono le abitazioni private e gli edifici pubblici laici ed ecclesiastici, sui quali si puntava l’attenzione degli osservatori di allora, proprio come oggi. Nel 1461-62 oltre trenta chiese furono seriamente danneggiate, tra le quali Collemaggio e San Bernardino; i palazzi “della politica” rimasero in piedi, ma furono gravemente colpiti. Senza essere anacronistici, è facile sovrapporre le immagini del sisma del 2009 con quelle evocate da queste descrizioni. Comunque, la città si rialzò sempre, anche per la volontà dei suoi cittadini più ricchi e importanti di non spopolarla. Nel 1349 si vietò addirittura di uscire dalle mura. La politica, insomma, è sempre determinante in queste circostanze. Le ricostruzioni partirono presto anche grazie alla partecipazione degli uomini del contado, e – per quanto ne sappiamo – furono realizzate senza aiuti “di Stato”, cioè della monarchia. È proprio il caso di dirlo: L’Aquila immota manet».
Lei alla fine del libro scrive: dopo il sisma del 2009 più che di ricostruzione si dovrebbe parlare di rifondazione, che prima che materiale dovrebbe essere civile e morale. Può spiegarci meglio il concetto?
«Scrissi quella frase nel 2013, quando oltre 20.000 persone non erano rientrate ancora nelle loro case e oltre 15.000 di loro vivevano nelle new towns. Era una situazione incerta, che richiedeva che tutti fossero vigili, non solo le istituzioni. Oggi, a quasi dieci anni dal sisma, vedo molti più cantieri nelle vie principali del centro storico. La ricostruzione degli edifici è certamente necessaria perché una città torni a vivere, ma non è sufficiente. Bisogna ricostruire il tessuto sociale, con particolare attenzione alle nuove generazioni, che non hanno mai vissuto L’Aquila e che devono essere protagoniste della sua rinascita. Però bisogna metterle in condizione di farlo; bisogna che crescano come cittadini dell'Aquila (e quindi d’Abruzzo e d’Italia), maturando una rifondazione civile. A questo proposito, credo che alcune scelte delle istituzioni culturali siano state importanti e vadano sostenute dalla politica. L’Archivio di Stato e la Deputazione abruzzese di storia patria, due enti fondamentali per la conservazione dei documenti, la conoscenza storica del territorio e lo sviluppo dell’identità aquilana e abruzzese, hanno riaperto i battenti già pochi mesi dopo il sisma, a Bazzano. Così ha fatto l’Università dell'Aquila e in particolare l’area umanistica, che è tornata in centro. Si tratta di segnali importanti di vitalità, che vanno colti dalle istituzioni, ma anche dai cittadini, che possono contribuire alla rifondazione della città vivendola il più possibile, sostenendo le iniziative culturali, animando una discussione sull’orientamento sociale e politico che dovrà prendere L’Aquila nell’immediato futuro. Insomma, non delegare tutto alla politica. Ma è chiaro: ciò è possibile se prima si ha un tetto, un lavoro e i servizi essenziali che permettono di vivere».
Presenterà il libro al più presto all'Aquila?
«Non vedo l’ora di farlo; attendo solo un invito. Chissà che non arrivi durante il prossimo periodo di insegnamento all’Università».
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