«Così rifondai la Perdonanza celestiniana»

È stato alla guida dell’evento per dieci anni «L’Isola Sonante? Grande festa comunitaria»
Errico Centofanti ha 78 anni. È uno degli intellettuali che più ha contribuito alla crescita culturale della città negli ultimi decenni. È stato tra i fondatori del Teatro Stabile e l'anima della Perdonanza moderna. Il suo è un punto di vista originale e mai banale.
Cominciamo dalla storia personale, quali sono le radici dell’intellettuale Errico Centofanti?
«Sono uno che sta quasi sempre in anticipo, il che a volte complica un po’ la vita. A scuola fu divertente. In prima elementare arrivai che già sapevo leggere e scrivere, grazie a mia madre Angela che mi aveva guidato a lasciarmi ammaliare dai libri sparsi per casa. Superai gli esami per passare direttamente dalla quarta in prima media. Nelle matematiche ero, come tuttora, un caso disperato. Ancora peggio in educazione fisica, anche se il professor Ugo Coletti ottenne d’inocularmi i rudimenti della scherma. Nelle materie umanistiche non avevo rivali. La professoressa Fedora Gizzi m’aveva addestrato ai virtuosismi della grammatica e all’estrazione d’ogni bendidio dai dizionari. Annoiato com’ero dai rituali della didattica, sono arrivato alla maturità con il 6 in condotta, ma la commissione esterna mi licenziò con la media più alta di tutta la provincia, in tandem con Francesco Granito».
Al lavoro, alla politica, agli interessi culturali come ci arriviamo?
«È tutto un po’ intrecciato. A nemmeno quattro anni, mio nonno Francesco mi metteva tra le mani il suo violino, iniziandomi ai misteri del suono ben organizzato. Intorno a dieci anni, fu ancora mia madre a levare il sipario sulle fascinazioni dello spettacolo: rimasi sbalordito in San Bernardino, davanti Herbert von Karajan che dava vita a Beethoven con i WienerSymphoniker, e poi davanti alla Carmen di Bizet nel grandioso Carro di Tespi impiantato sulla spianata davanti al Forte Spagnolo. Una decina d’anni dopo, all’Orientale di Napoli, il grande filologo Salvatore Battaglia mi costrinse santamente a scoprire e studiare quel monumentale patrimonio che sono le nostre sacre rappresentazioni medioevali. Intanto, lavoravo come cronista al Messaggero, dove Remo Celaia mi ha insegnato il mestiere di giornalista, collaboravo con Nino Carloni alla Barattelli, nei fine settimana, nonostante l’handicap del non aver mai preso la patente, inseguivo spettacoli da uno all’altro dei grandi teatri italiani, finché entrai in amicizia con Peppino Giampaola e Luciano Fabiani che m’associarono nell’impresa di creare e poi dirigere per vent’anni il Teatro Stabile dell’Aquila. Attraversata la ventata un po’ velleitaria del ’68, decisi di seguire la costruttiva tradizione di famiglia, mai venuta a patti coi fascisti, entrando nel Partito Comunista».
Cosa accadde in quella primavera-estate del 1983, quando venne fuori l’idea di avviare la cosiddetta “Perdonanza moderna”?
«In realtà l’idea aveva preso corpo nell’autunno del 1982 nel corso d’un consiglio d’amministrazione del Teatro Stabile. Lo storico Alessandro Clementi disse che sarebbe stata una buona cosa riportare agli antichi splendori il giubileo di Papa Celestino V, in quanto depositario non solo di grandi valori spirituali, ma anche di elementi identitari e promozionali preziosi per l’avvenire della città. Il sindaco Tullio de Rubeis, anche lui presente, intuì subito la potenzialità dell’idea e nel giro di pochi giorni consultò la giunta comunale, l’arcivescovo Martini e altri, dando poi il via ai procedimenti amministrativi».
Ha avuto il compito di ridisegnare sotto ogni punto di vista l’evento. Quale fu l'idea forte?
«Negli occhi avevo l’esperienza di eventi come la vita di Siena gravitante intorno al Palio, la Luminaria di Lucca, la Settimana Santa di Siviglia. Possedevo la professionalità del teatrante che ero diventato. Per me, non credente, la figura di Celestino era da sempre un faro abbagliante. Del suo Perdono conoscevo giusto quel tanto che sa qualsiasi cittadino attento alla storia patria. In primo luogo, dovevo studiare. Trascorsi mesi nell’Archivio di Stato e in quello dell’Arcivescovado per imparare quanto e come s’era fatto nei secoli precedenti. Chiesi consiglio a tanti depositari di conoscenze, tra i quali furono fondamentali Clementi, il Soprintendente ai monumenti Renzo Mancini nonché il sapiente e magnanimo arcivescovo Martini. Nel giugno del 1983 presentai al sindaco de Rubeis il progetto per la rifondazione del ruolo civile che dal 1295 all’Ottocento aveva sempre affiancato il momento religioso della Perdonanza. Il progetto fu adottato dalla giunta comunale il successivo 6 luglio. Nel corso di dieci anni, diressi l’esecuzione di quel progetto, continuamente revisionandolo e perfezionandolo, riuscendo a farne l’artefice di un qualche ripristino dell’antica identificazione civica della comunità e a costituire la Perdonanza come il principale e ormai irrinunciabile evento cittadino».
L’Isola Sonante viene ricordata ancora oggi come un cardine di quelle prime moderne Perdonanze. Come maturò l'idea?
«La introdussi quando la Perdonanza rifondata era già ben radicata nella consuetudine popolare. Fu per la quarta edizione, quella del 1986, e durò fino all’ultima da me diretta, quella del 1992. Il principale intento era di dare plasticità al valore supremo del giubileo celestiniano, cioè alla gioia per l’avvenuta riconciliazione con se stessi, la divinità e il prossimo. Insomma, una conclusiva grande festa comunitaria, che perciò era collocata alla fine dell’ultima giornata, dopo la chiusura della Porta Santa. Si ispirava, come tutta la mia concezione della Perdonanza, alla volontà di Celestino che, nella Bolla istitutiva del Perdono, desiderava “Hymnis et Canticis”, Inni e Canti, per onorare l’acquisizione dell’Indulgenza. Se festa grande doveva essere, doveva poter coinvolgere l’intera comunità, le più diverse espressioni artistiche, colte e meno colte, come pure ogni possibile spazio. Perciò, le centinaia di attori, musicisti e artisti di strada coinvolti stavano dislocati in una trentina di postazioni, dando volutamente luogo a marginali sovrapposizioni acustiche, perché il vero spettacolo doveva essere l’allegria delle famiglie sciamanti da un posto all’altro, tra incontri casuali di parenti e vecchi e nuovi amici, tra botteghe illuminate e bancarelle di ristori e curiosità, tra luoghi prestigiosi o insoliti o magari addirittura sconosciuti, per stare insieme a godersi l’incanto del centro storico fino a notte tarda».
In definitiva, l’Isola Sonante fu una vera e propria Notte bianca, anche se la denominazione era diversa.
«Anche in quel caso ero in anticipo. Delle cosiddette Notti bianche, che ormai si fanno in qualsiasi borgata e quasi sempre senza altro scopo se non di smerciare ettolitri d’alcol, la prima fu quella di Parigi del 2002, dieci anni dopo l’ultima Isola Sonante. Roma seguí nel 2003. Prima, qualcosa di simile l’avevano fatto Helsinki nel 1989 e Berlino nel 1997, ma l’Isola Sonante era nata nel 1986. Quanto al nome, si tratta di un piccolo mistero, come lo è il perché io abbia fissato al 23 di agosto l’inizio della Perdonanza rifondata. Quest’ultimo non lo svelo, invece voglio dire che il nome Isola Sonante l’ho adottato perché riassume perfettamente quanto si doveva svolgere. Tuttavia, non è farina del mio sacco. È il nome di uno dei luoghi dove Rabelais racconta dell’approdo di Pantagruel: «Al quarto giorno scorgemmo terra e ci fu detto dal pilota che era l’Isola Sonante, udimmo campane grosse, piccole e mezzane tutte insieme come fanno a Parigi e altrove nei giorni di grandi feste, avvicinandoci di più sentimmo tra il perpetuo scampanio un canto infaticabile degli uomini là residenti». Perfettamente adatto al caso nostro, no?».
Il furto delle spoglie di Celestino nell'aprile 1988 fu più uno choc o una opportunità per far tornare a parlare nel mondo di un Santo all'epoca un po’ dimenticato anche dalla Chiesa?
«Né l’uno, né l’altra. Noi aquilani tendiamo a essere distratti e di memoria corta. Il furto non fece più rumore d’un qualsiasi temporale estivo e subito scivolò nella dimenticanza. A ricordare Celestino al mondo hanno provveduto Paolo VI e Benedetto XVI, l’uno e l’altro con l’eloquenza di due semplici, ma inequivocabili gesti».
Nelle edizioni che sono seguite è stato tradito o no lo spirito con cui rinacquero le celebrazioni celestiniane?
«Dopo di me e dei tre sindaci che come me hanno creduto nei valori e nei significati autentici del magistero di Celestino e del suo Perdono, cioè Tullio de Rubeis, Enzo Lombardi e Marisa Baldoni, la Perdonanza è finita per lo più nelle mani di persone distratte o incompetenti e talvolta disoneste. La prendono per una rievocazione storica, parlano di “corteo storico”, quando invece è una cosa vera, un pellegrinaggio, una celebrazione dello spirito umano, un qualcosa nel quale ci si può riconoscere anche se non si è credenti».
Con l'edizione 2018 si parla di un ritorno alla normalità dopo il sisma del 2009 ed è stata riproposta anche una sorta di nuova Isola Sonante, chiamata L’Aquila Suona. Che lettura dà dell’evento così come si svolge oggi?
«È una cosa diversa, stando a quanto in questi anni mi hanno raccontato. Tanto meno conosco l’edizione 2018, della quale tuttavia mi sorprenderei se il sindaco Pierluigi Biondi, che da lungo tempo conosco come persona di qualità, anche se di orientamenti politici del tutto diversi dai miei, non vi avesse dedicato l’attenzione auspicabile».
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