«Crollo in via Rossi, tragedia evitabile»

Le motivazioni della condanna d’Appello: il tecnico doveva conoscere e comunicare le condizioni precarie del palazzo
L’AQUILA. Una serie di omissioni sono le ragioni per la quale la Corte di appello ha condannato l’ingegnere Diego De Angelis a un anno e 11 mesi di reclusione per il crollo del palazzo di via Generale Rossi, in centro, nel quale morirono 20 persone.
De Angelis si era occupato in epoca recente di lavori tra i quali il rifacimento del tetto del palazzo realizzato negli anni Cinquanta. «L’imputato omise», si legge nella motivazione della sentenza, «di dimostrare nella relazione tecnica prodotta al Genio Civile, che gli interventi progettati non producevano sostanziali modifiche nel comportamento strutturale globale dell’edificio, essendosi limitato ad asserire ciò senza avere fatto alcuna previa verifica tecnica o di calcolo. Dette omissioni appaiono drammaticamente rilevanti se poste in relazione con le condizioni precarie del palazzo che i periti di ufficio hanno ritenuto sussistenti nel fabbricato anche prima dei lavori effettuati dall’imputato. Le condizioni dinamicamente precarie sarebbero state agevolmente verificabili all’epoca della progettazione ed esecuzione dei lavori di rifacimento del tetto, se solo l’imputato, osservando il dettato normativo, avesse compiuto una valutazione sulla consistenza e sulla qualità del materiale dei muri portanti.
«Se l’imputato», dicono ancora i giudici, «non avesse omesso le valutazioni dovute, avrebbe certamente avuto l’effetto di evitare il crollo o di contenerne le conseguenze dannose. De Angelis avrebbe potuto riferire all’assemblea condominiale le informazioni sulle precarie condizioni statiche del palazzo e sulla scarsa capacità di resistenza alle azioni sismiche. L’assemblea avrebbe potuto senza problemi mettere in atto possibili rimedi per rendere il palazzo più solido».
Sempre per i giudici i condomini, se consapevoli delle criticità, avrebbero forse scelto di uscire da casa nell’imminenza delle scosse del 6 aprile. «L’imputato», dicono ancora i magistrati, «non poteva che arrivare alla conclusione di ritenere necessario un intervento di adeguamento sismico, dato l’evidente stato di dissesto del fabbricato. Bastava fare gli studi preliminari per rendersi conto che l’edificio versava in condizione di precarietà e proporre il consolidamento».
Nel processo di appello il pg Sgambati aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado: 3 anni.
«Pur partecipando al dramma umano che ha colpito l’imputato, padre di una giovane deceduta quella notte» commenta l’avvocato di parte civile Wania Della Vigna, «si deve prendere atto della importanza giurisprudenziale della sentenza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

