Cronisti in zona di guerra, incontro con Pino Scaccia

L’AQUILA. Mentre percorri una strada che da una città ti conduce a un’altra in Libia, oppure in Egitto, in Afghanistan, oppure in Iraq o in Israele, puoi saltare su una mina. Oppure puoi essere...
L’AQUILA. Mentre percorri una strada che da una città ti conduce a un’altra in Libia, oppure in Egitto, in Afghanistan, oppure in Iraq o in Israele, puoi saltare su una mina. Oppure puoi essere attaccato da gruppi di terroristi, per usare un termine generico che non rende però l’idea della complessità della storia e delle situazioni nelle cosiddette «zone di crisi» del mondo. Insomma: i Paesi in guerra. Luoghi in cui quotidianamente muoiono civili coinvolti in lotte che non li riguardano, o dove giornalisti e operatori dell’informazione vengono catturati o uccisi mentre cercano di raccontare i drammi di quelle popolazioni. Temi affrontati durante la seconda edizione del corso «Operare Embedded in aree di crisi», dedicato a giornalisti e operatori della comunicazione promosso dal Centro studi Roma 3000 in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa e dell’Esercito, che si è tenuto all’Aquila con il supporto degli Alpini del Nono Reggimento, unità impegnata negli ultimi vent’anni in numerose operazioni all’estero, in Mozambico, nei Balcani (Bosnia, Albania, Kosovo) e, più di recente, in Afghanistan. Una settimana di lezioni affidate a docenti d’eccezione: Pino Scaccia, storico inviato della Rai, e Pierpaolo Cito, reporter embedded che ha girato il mondo. Che cosa vuol dire lavorare in aree di crisi, dove basta una mossa sbagliata per mettere a repentaglio la propria vita e quella dei proprio compagni? «La prima regola è affrontare una trasferta in zone di crisi con assoluta serietà», ha spiegato Scaccia. Caporedattore dei servizi speciali del Tg1, Scaccia ha seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi vent’anni: dalla prima guerra del Golfo al conflitto serbo-croato, dalla disgregazione dell’ex Unione Sovietica fino alla crisi in Afghanistan e al dopoguerra in Iraq. È stato anche all’Aquila, arrivando a poche ore dalla scossa che il 6 aprile 2009 ha distrutto il capoluogo di regione. «Prima di tutto ci si deve preparare sulla cultura del Paese che si visita», spiega. «Poi si devono assumere istruzioni più tecniche necessarie per salvarsi la vita. Perché gli errori si pagano». Anche in una città minacciata dal sisma. «Siamo stati i primi tre giorni senza mangiare», ricorda Scaccia. «Di quei momenti porto con me il forte carico di dolore, la situazione di precarietà sotto l’incalzare delle scosse. Oggi L’Aquila sembra una città diversa», aggiunge, «con decine di cantieri, ma mi rattrista capire che questa ricostruzione avviene a macchia di leopardo, e sulla quale ci sono ancora tante incognite. L’Aquila è come se l’avessi un po’ adottata», conclude Scaccia. «D’altra parte sono stato qui per un mese dopo il terremoto. Quando arrivai, mi trovai di fronte una città che sembrava bombardata». Tra i momenti più importanti del corso c’è stata la riproduzione, nell’area addestrativa montana del Nono reggimento Alpini, di un tipico villaggio afghano nel quale i corsisti hanno potuto testare le proprie capacità di reporter in aree di crisi.
Marianna Gianforte
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