Dall’Aquila l’appello agli atenei «Aiutiamo le donne iraniane»

La professoressa Pitari propone un altro gesto simbolico: inviare i capelli all’ambasciata a Roma «Tanti messaggi dalle studentesse straniere. I ciuffi degli allievi di Biochimica nell’atrio della facoltà»
L’AQUILA. Allargare a tutte le università abruzzesi il movimento di solidarietà per i giovani iraniani che protestano contro il regime di Teheran. È la proposta di Giusi Pitari, docente di Biochimica all’Università dell’Aquila che mercoledì scorso ha iniziato la lezione inaugurale del corso con un gesto simbolico: il taglio di una ciocca di capelli per ricordare Mahsa Amini, la giovane uccisa perché non indossava correttamente il velo, e la cui morte ha ridato vigore, in tutto il Paese, ai movimenti che si oppongono alla dittatura teocratica.
Professoressa Pitari, che reazioni ha riscontrato dopo il suo gesto?
«Dopo quella degli studenti che in classe hanno ripetuto il gesto di tagliarsi una ciocca di capelli, ho ricevuto molte manifestazioni di approvazione, a partire dalle molte ragazze iraniane che mi hanno scritto, soprattutto su Instagram, per ringraziarmi del gesto di solidarietà nei loro confronti».
L’Università come ha reagito?
«Direi bene. Nell’immediato i ragazzi dell’ufficio comunicazione dell’Università avevano rilanciato l’iniziativa sui canali social di UnivaAq. Poi i ciuffi tagliati in classe, e inseriti in bustine di plastica trasparente, sono stati appesi nell’atrio all’ingresso della facoltà di Coppito».
Che fine faranno queste ciocche?
«Innanzitutto invito chi può a contribuire a questa manifestazione simbolica con un proprio ciuffo. Poi si potrebbe rendere la cosa ancora più forte, ad esempio inviandoli all’ambasciata iraniana a Roma».
Magari coinvolgendo anche altre istituzioni.
«L’ideale sarebbe che aderissero almeno i tre atenei abruzzesi, e di questo vorrei parlarne nei prossimi giorni con i colleghi di Chieti e Teramo, e con qualche insegnante di scuola superiore che potrebbe coinvolgere almeno gli studenti maggiorenni: del resto durante le proteste in corso in Iran è morta anche un’adolescente. Sarebbe bello se una delegazione delle tre università abruzzesi consegnasse personalmente le buste con le ciocche all’ambasciata iraniana».
Immagina una sorta di reazione a catena simile a quanto accaduto per i casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki?
«Grosso modo sì. Sono convinta che queste siano iniziative che devono nascere dal basso, e che qualcuno debba sempre fare il primo passo».
Lei lo rifarebbe?
«Sicuramente sì. Ho sempre pensato che l’università debba partecipare a iniziative del genere. Tanto più in questo caso, in cui parliamo di una protesta nata dalla morte di una ragazza di 22 anni, coetanea dei miei studenti, che non ha sbagliato nulla, studiava e aveva gli stessi sogni dei nostri ragazzi. Oggi anche loro conoscono Mahsa e parlano di Mahsa, di quello che sta accadendo in Iran».
Che poi è uno dei contributi che, in relazione a certe problematiche, l’università può effettivamente dare in questi casi.
«Ai giovani dobbiamo insegnare anche i gesti simbolici, che ci vuole coscienza civica, che gli animi devono essere nobili, che bisogna sempre sperare che le cose cambino in meglio, e impegnarsi affinché ciò avvenga».

