Degrado a Porta Bazzano La protesta di un docente

L’AQUILA. «La zona di Porta Bazzano dimenticata e abbandonata». L’allarme arriva dall’architetto Ugo Di Benedetto insegnante di storia dell’arte al Liceo Scientifico. «Quanto non riuscì al...
L’AQUILA. «La zona di Porta Bazzano dimenticata e abbandonata». L’allarme arriva dall’architetto Ugo Di Benedetto insegnante di storia dell’arte al Liceo Scientifico. «Quanto non riuscì al trascorrere del tempo e ai terremoti», esordisce l’architetto, «fecero l’incuria degli uomini e la cattiva amministrazione. Circa due anni orsono», continua, «proprio davanti al convento dei Crociferi, a seguito di una perdita della rete fognaria, ci fu un cedimento del fondo stradale. Venne immediatamente confinata l’area, con recinzioni provvisorie di cantiere, e fu impedita la sosta all’altro lato, per consentire ai camion della ricostruzione di raggiungere i cantieri dentro le mura. Il disagio era enorme, ma confidavo su una sollecita soluzione da parte del Comune che consentisse a residenti e turisti di tornare ad utilizzare questi spazi. A due anni dall’evento, però, le transenne e il transito impediscono il parcheggio e la carreggiata è più che dimezzata, rendendo difficoltoso, se non impossibile, l’accesso delle auto ai garage e in alcuni casi, degli abitanti alle proprie case. Inoltre, nel corso del tempo, le recinzioni sono state divelte, le transenne dei cantieri vengono addossate alla Porta per impedire che le auto parcheggino, i contenitori della spazzatura sono spesso ribaltati su strada, abiti e coperte vengono stesi ad asciugare sulle recinzioni penzolanti. Tutto ciò ha trasformato questo luogo in un’area degradata e marginale più simile alle favelas brasiliane che a una emergenza urbanistica e architettonica all’ingresso della città storica. A inizio 2020 è stata inaugurata al Munda la mostra sulle mura della città, oggetto di una recente opera di restauro, a cui hanno fatto seguito una serie di conferenze. La cultura si mobilita, ma il Comune è colpevolmente assente e i dibattiti restano confinati nei salotti senza alcuna possibilità di incidere sulla valorizzazione dei luoghi e dei monumenti, sui quali sono state investite somme ingenti per il loro recupero. Dobbiamo aspettare la prossima Perdonanza per tornare a una minima parvenza di decoro?».
Di Benedetto torna poi con la memoria al periodo pre-sisma: «Acquistai casa con mia moglie nel 1997, pagandola 210 milioni di cui la metà con un oneroso mutuo. I sacrifici erano ripagati dall’orgoglio di abitare nei pressi della più prestigiosa porta di accesso alla città. Di lì a due anni ottenni il trasferimento al Liceo Scientifico e, variando quotidianamente il tragitto per tornare a casa da scuola, godevo, nelle mie lunghe passeggiate, dei monumenti e delle piazze della città. Ma più di tutto amavo ritornare dall’esterno del centro storico, fiancheggiare Collemaggio, per poi giungere all’inizio del viale alberato. Avvicinandomi a casa guardavo la città, osservavo con attenzione i palazzi di Costa Masciarelli, l’austera facciata di San Bernardino e, soprattutto, il complesso architettonico che lega visivamente e fisicamente la città al suo territorio: le Mura. La loro presenza costituisce, da sempre, l’elemento identificativo della città, tanto che furono le prime strutture ad essere ricostruite nel 1272 dal capitano Lucchesino, dopo che Manfredi le distrusse nel 1259». (g.p.)
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