Delitto Barisciano, ecco perché la condanna

8 Novembre 2022

Con l’esclusione delle aggravanti è ricomparso il rito abbreviato: niente ergastolo ma pena a 15 anni

L’AQUILA. La condanna alla pena di 15 anni di reclusione inflitta a Gianmarco Paolucci – il ragazzo di Bagno di 28 anni accusato di aver ucciso nel pomeriggio del 22 novembre 2019, Paolo D’Amico, 55 anni dipendente dell’Asm – trova origine, dal punto di vista giuridico, sin da quando il 4 giugno 2021 il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila dispose per Paolucci, su richiesta della Procura, il cosiddetto giudizio immediato. Si tratta di un procedimento speciale che porta ad anticipare il dibattimento (cioè il processo) senza prevedere sconti di pena e lo si chiede quando si ritiene che ci sia evidenza della prova che nel “caso D’Amico” è soprattutto una traccia di Dna dell’imputato sui pantaloni della vittima. La difesa, rappresentata dall’avvocato Mauro Ceci, entro i 15 giorni previsti dalla legge, chiese invece per il ragazzo finito alla sbarra il rito abbreviato che prevede forti sconti di pena in caso di condanna. All’epoca la richiesta del legale fu considerata una sorta di diversivo che non avrebbe portato a nulla. Di quel rito abbreviato in verità si persero le tracce perché il 24 giugno 2021 il gip lo considerò inammissibile anche sulla base di un comma inserito nel codice penale nell’aprile 2019 (sei mesi prima dell’omicidio D’Amico) in base al quale i reati punibili con l’ergastolo non possono giovarsi di tale rito. Quel comma fu voluto dal legislatore sull’onda di sentenze che erano apparse troppo miti e che avevano fatto scalpore e suscitato polemiche (per esempio il caso Parolisi). La pena dell’ergastolo – qui bisogna un po’ semplificare – viene data soprattutto se il reato è aggravato dalla crudeltà. Infatti nella richiesta di giudizio immediato avanzata dalla Procura si legge che l’imputato «ha agito per futili motivi e ha adoperato crudeltà per il particolare accanimento evidenziato dal numero e dalla violenza dei colpi inferti e dalla pluralità (scalpello e mazzetta) dei mezzi offensivi utilizzati». Nella richiesta finale, a chiusura dell’arringa, l’avvocato Ceci oltre ad aver sollecitato l’assoluzione ha chiesto pure che, nel caso di condanna, venissero escluse le aggravanti. Una richiesta che sul momento era sembrata un po’ azzardata – o quantomeno inusuale – e invece la Corte di Assise ha deciso proprio di escludere le aggravanti (crudeltà e futili motivi) facendo ricomparire come per incanto quel rito abbreviato definito inammissibile nel giugno 2021. Quindi dal possibile ergastolo si è passati alla pena di 15 anni. Si può dire che per ora è terminato solo il primo tempo. In Appello è facile prevedere che la battaglia continuerà e a questo punto nulla può essere escluso. (g.p.)
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