Demolire il palazzo spostato di un metro

16 Gennaio 2021

I vicini insorgono e gli ispettori accertano la difformità. Il Comune ordina: le parti abusive vanno rimosse entro 90 giorni

L’AQUILA. Sulla ricostruzione dell’Aquila finora se ne sono viste tante: case equivalenti, baracche diventate appartamenti di lusso, speculazioni e “affari” di vario genere. Ma che il Comune dell’Aquila ordinasse la demolizione (se pur parziale) di un palazzo appena ricostruito (con un contributo pubblico di milioni di euro) supera ogni più fervida immaginazione. La storia è venuta fuori grazie a una criptica decisione del Tar, pubblicata ieri, che, in realtà, è un rinvio dell’udienza.
LA STORIA. Dalle carte del Tar emerge che tutto nasce da una segnalazione fatta da alcuni condòmini di un palazzo in via Filomusi Guelfi (davanti all’ex catasto, a due passi dalla stazione ferroviaria), i quali hanno scritto al Comune per evidenziare che un palazzo vicino, appena rifatto, era stato ricostruito non esattamente dov’era prima, ma “spostato” di un metro e poco più e questo avrebbe violato le norme urbanistiche e, soprattutto, le distanze “regolamentari” tra i palazzi. Il Comune ha subito inviato degli ispettori che hanno accertato “che il nuovo edificio denominato condominio Filomusi Guelfi è stato riedificato su un’area parzialmente diversa rispetto all’originario sedime del fabbricato demolito. La modifica del sito di giacitura del fabbricato in questione, avvenuta ortogonalmente in entrambe le direzioni, è stata misurata in metri 1,20. Ciò ha comportato un avvicinamento dello stabile verso altre palazzine con riduzione del distacco tra i fabbricati rispetto allo stato ante demolizione”. Va quindi preso atto, si legge nell’ordinanza “delle difformità accertate e del fatto che la controparte non ha idoneamente controdedotto, né ha avanzato istanza di accertamento di conformità, né tanto meno ha spontaneamente ricondotto il fabbricato a legittimità”. La situazione quindi integra “la fattispecie della difformità parziale dal permesso a costruire e si ordina la rimozione, a cura e spese dei proprietari delle porzioni edilizie difformi, entro il termine di giorni 90 dalla comunicazione del provvedimento. Entro il medesimo termine, ove i medesimi lo ritenessero, potrà essere presentato un elaborato tecnico estimativo idoneo a istruire il procedimento inteso all’applicazione della sanzione pecuniaria ivi stabilita. Nel medesimo termine potrà essere presentata istanza per l’accertamento di conformità, con ogni riserva sull’ammissibilità della sanatoria”
GLI SCENARI. Dunque abbattimento delle parti “abusive” che però significherebbe rifare in tutto o in parte il palazzo oppure domanda di sanatoria che alla luce dell’ordinanza sembra di difficile approvazione. Come andrà a finire? Facile. Si troverà un escamotage e il palazzo resterà lì dov’è, ma il Comune ha scritto un’altra pagina “curiosa” della storia post-sisma: ordinare di abbattere tutto o parte di un edificio rifatto con i soldi degli italiani. Ps: l’edificio in questione si trova vicino a un palazzo dove non ci tornerà nessuno dei precedenti inquilini. Tutti gli alloggi, meno uno – che però è seconda casa – sono parte di proprietà Fintecna (nota fra l’altro perché nel post-terremoto pagava i mutui bancari ancora accesi e dava al cittadino liberato dal debito tutti soldi per ricomprare una casa nuova) e parte del Comune che li ha avuti con la “famosa” norma sulla casa equivalente. Ma non basta. La ricostruzione del palazzo “vuoto” avverrà a pochissimi metri dalle tanto decantate mura storiche che sono belle e intoccabili solo quando non disturbano troppo i vari interessi.
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