Di Marco Testa: non ritiro le dimissioni

Dall’umanità trovata in carcere all’abbraccio con il padre. E oggi l’ex sindaco riprende servizio nella Finanza all’Aquila
TAGLIACOZZO. Ha riacceso il telefono dopo 13 giorni, poi ha voluto riabbracciare l’anziano genitore e stamattina riprenderà servizio nel suo ufficio della Guardia di Finanza all’Aquila. Maurizio Di Marco Testa, sindaco dimissionario di Tagliacozzo, è di nuovo libero. Il 1° aprile era stato arrestato dai carabinieri insieme ad altre tre persone. Politici, imprenditori e professionisti che a Tagliacozzo – sono accuse della Procura – hanno creato una sorta di monopolio nella spartizione di incarichi e opere pubbliche. Lavoravano gli amici o gli amici degli amici.
Contestazioni pesanti. Che ne pensa?
«Abbia pazienza, non ritengo giusto entrare nel merito della vicenda. Mi rifaccio integralmente a quello che ho detto nel corso dell’interrogatorio e cioè che non ho mai preso un euro. Chi mi conosce lo sa».
E quelle intercettazioni dove si dice di dover bloccare l’indagine?
«Le telefonate? Andrebbero lette per bene, andrebbe analizzato il contesto. E poi non le dico io certe cose».
Qual è stato il momento peggiore in questi 13 giorni?
«Quando è suonato il campanello di casa, all’alba, non ricordo l’ora. Erano i carabinieri. È un’immagine che ho ancora in mente perché assolutamente non mi sarei aspettato un provvedimento così forte. E poi non posso dimenticare...».
Si spieghi meglio.
«L’arrivo in carcere. Per 35 anni sono stato dall’altra parte, conoscevo le procedure. Però quando hanno fatto a me quelle foto segnaletiche».
Ci racconti la notte in cella.
«Le sembrerà strano, ma ho trovato una grande umanità, al di sopra di ogni aspettativa. Sono entrato con una tuta e un pigiamino. Gli altri detenuti mi hanno portato della cioccolata e mi hanno preparato un piatto di spaghetti. Altri mi hanno dato una penna e un block notes. Premure che non mi aspettavo».
Chi l’ha chiamata subito dopo la scarcerazione?
«Tanti, uno dei primi è stato il mio amico Remo Ruscitti. Il telefono non smette di squillare. E a casa è un via vai di persone».
Tornerà a farsi vedere a Tagliacozzo?
«Perché no? Voglio riprendere la mia vita normale e per prima cosa andrò a riabbracciare mio padre. Dal giorno dell’arresto non l’ho più sentito. Poi andrò al ristorante perché ho tante cose da sistemare».
Chi le è stato vicino?
«Ho vissuto fuori dal mondo, lo confesso. Telefono spento e nessun contatto così come previsto dal giudice. Mia moglie e mia figlia mi hanno dato la forza, mi sono state molto vicine, sono state le mie guide».
Tornerà a fare il sindaco?
«Le mie dimissioni sono irrevocabili, non tornerò, cascasse il mondo. Sono una persona di parola».
Ma a giugno si vota: si candiderà?
«Non ne ho la più pallida idea, devo fare delle valutazioni. Voglio restare lucido e sereno per affrontare la vicenda. Ne parlerò con mia moglie. Forse se mi rifarà questa domanda tra un paio di giorni saprò che cosa dirle».
Il clima politico a Tagliacozzo è a dir poco avvelenato.
«Non so. Una cosa è certa: quello che è successo ha lasciato attonita tutta la comunità. Dico che è stato iniziato un procedimento e che odio i processi di piazza».
Cosa pensa di Alfonso Gargano, il consigliere comunale suo grande accusatore?
«Nelle sedi opportune andremo a chiarire».
Come finirà questa storia?
«La giustizia deve fare il suo corso. La verità emergerà».
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