Di Stefano (241 voti): Cialente ha mollato gli assessori uscenti

Parla l’uomo della ricostruzione privata, escluso eccellente «Qualcuno è rimasto a braccia conserte, ed ecco i risultati»
L'AQUILA. Una battaglia alla ricerca del voto che ha visto 750 candidati consiglieri cercare il consenso elettorale battendo a tappeto la città. Una lotta anche tra “fratelli” della stessa parte politica, e che si è conclusa con tanti nuovi ingressi potenziali (l'ultima parola spetta al ballottaggio) nel nuovo consiglio comunale, ma anche a diversi esclusi “eccellenti”. Esclusi dal consiglio comunale sono stati, ad esempio, i titolari degli assessorati più scomodi: quello all'Assistenza alla popolazione Fabio Pelini e quello alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano. Negli ultimi sette anni Di Stefano ha gestito la fase più complessa del post-sisma, passando dai puntellamenti ai primi cantieri, al piano di ricostruzione, ai progetti urbanistici strategici, come i sottoservizi. Di Stefano parla di «mattanza», incassa il risultato negativo dei suo 241 voti («è la democrazia»), riconferma l'impegno per Americo Di Benedetto, e manda qualche staffilata all'amico e compagno di partito, l'ex sindaco Massimo Cialente, rimasto defilato rispetto alla campagna elettorale dei suoi uomini di punta in giunta. Al sindaco Di Stefano chiese, quando lo chiamò in giunta nel 2010, di costituire un assessorato alla Ricostruzione.
Di Stefano, come interpreta questo risultato?
«C'è una stranezza di fondo, perché negli ultimi tempi si parlava molto della ricostruzione privata come buon esempio mentre veniva puntato il dito su quella pubblica che non funziona. Ma poi i risultati elettorali hanno detto una cosa diversa. Penso che anche chi oggi, come Cialente, vuole puntare su un altro ruolo politico, avrebbe dovuto spendersi di più perché si ottenesse un altro risultato in queste amministrative, anziché restare con le braccia conserte».
Il suo è stato un assessorato scomodo?
«Io ho interpretato questo assessorato spogliando il Comune di qualsiasi discrezionalità, scrivendo le regole e facendole diventare pubbliche, dando certezza a ognuno dello stato della propria pratica. Certo, questa scelta ha le sue scomodità, perché abbiamo fatto delle cose che andavano nella direzione di migliorare la qualità della città ma che hanno infastidito qualcuno».
Quali sono i progetti di ricostruzione che devono essere conclusi?
«Abbiamo dovuto, a fronte di una legge lacunosa e di un Parlamento pigro, mettere mano a diversi atti. Abbiamo aperto due front office per fare andare più velocemente le pratiche. Spesso ho polemizzato con gli Ordini professionali quando le pratiche non camminavano. Nel complesso abbiamo fatto un grande lavoro. Riuscirò a vedere – anche se fuori dal consiglio comunale – partire in settimana il cantiere di palazzo Margherita e quello a breve di piazza d'Armi. Sono stati finanziati e auspico vengano portati avanti, la piazza universitaria del polo umanistico in centro storico, da cui dovrà essere spostata di pochi metri la sede dell'Arta; il completamento del recupero delle mura urbiche con un impianto d'illuminazione e un camminamento, come per il tratto di via della Croce Rossa; la demolizione delle case Ater di porta Leone per realizzarvi un belvedere e un parcheggio; la riqualificazione di porta Barete e la rimozione del terrapieno di via Roma».
Su cosa dovrà puntare il suo successore?
«Abbiamo finalmente un piano regolatore, adesso occorre la volontà politica di concluderlo, affrontando la questione delle casette post-sisma della delibera 58».
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