Dieci anni fa il Comune voleva spostare gli uffici in periferia

Se oggi si insiste sulla necessità di rientrare dentro le mura, nel 2009 si voleva fare il contrario Torna il tema degli impianti del Gran Sasso da privatizzare, la gestione ha prodotto soltanto debiti
L’AQUILA. Sabato 21 febbraio 2009 la cronaca riprende il suo corso normale. Siamo nei giorni di Carnevale e se pure L’Aquila non ha una consolidata tradizione (pare colpa del terremoto del 1703 che gettò nella disperazione e nel lutto la città proprio a ridosso del periodo carnascialesco) feste e festicciole, soprattutto per la gioia dei bambini, ce n’erano e anche parecchie. Curioso scoprire che dieci anni fa già si discuteva di temi amministrativi che sono rispuntati anni dopo il terremoto, ma che, ora come allora, sono irrisolti. Il titolo principale del Centro di quel giorno (articolo firmato da Marina Marinucci) era dedicato alla volontà del Comune di acquistare un palazzo in contrada Sant’Antonio per portarci tutti gli uffici comunali. Dieci anni fa, quindi, l’amministrazione di centrosinistra, intendeva portare in periferia gli uffici. I soldi per comprare il palazzo vicino alla sede del tribunale amministrativo regionale dovevano uscire da una serie di dismissioni fra cui la vendita dell’ex Liceo Scientifico a due passi dalla basilica di San Bernardino. Oggi si insiste sulla necessità di riportare gli uffici comunali in centro come se fosse la soluzione di tutti i mali. Nel 2009 si voleva fare il contrario. La maggioranza sul punto si era spaccata, ma non perché ci fosse pure una linea di pensiero favorevole a non svuotare il cuore della città. No, chi si opponeva alla sede unica nel palazzo a Sant’Antonio proponeva un altro grosso edificio a Pettino nella zona dove c’è anche la sede della giunta regionale. Tra gli immobili finiti nella lista delle cose da vendere per fare cassa c’era addirittura l’autoparco comunale che veniva considerato “vecchio e obsoleto”. Oggi il Comune continua a non avere una sede unica e si spendono cifre importanti per gli affitti. Il progetto (post-sisma) dell’ex amministrazione di fare la sede unica al posto dell’autoparco è finito nelle sabbie mobili dopo il cambio al timone del Palazzo comunale e ora si parla di riutilizzare alcuni edifici del centro per portarci gli uffici. Poche idee ma confuse insomma. E non da oggi. Da sempre. E c’è pure chi inneggia a una “visione” della città che non c’è mai stata né prima né dopo il 2009.
GRAN SASSO PRIVATO. Altra questione che sembra una di quelle soap opera che non finiscono mai – ma che, a lungo andare, stufano anche il più coriaceo dei telespettatori – è quella della “mitica” privatizzazione del Gran Sasso. Un mese e mezzo prima della tragedia le pagine dei giornali erano monopolizzate proprio dalla parola “privatizzazione” riferita alla gestione degli impianti per lo sci realizzati negli anni Trenta del secolo scorso per il trastullo dei vip romani. Nel secondo Dopoguerra il Centro turistico Gran Sasso è diventato un carrozzone politico clientelare che ha accumulato solo debiti nonostante negli anni qualche illuminato tentativo di rianimarlo c’è pure stato. Sulla cronaca del 21 febbraio 2009 addirittura compariva un appello degli albergatori che chiedevano al sindaco tempi rapidi per la pubblicazione del bando attraverso il quale individuare la società privata che doveva prendere il posto del “carrozzone”. Il tutto sarebbe dovuto avvenire entro il 30 aprile 2009. Il giorno dopo, 22 febbraio, su 5 colonne c’era la replica del sindaco agli albergatori: “Centro turistico presto in mano ai privati”. Chiaramente non se ne fece nulla e non solo perché arrivò il sisma che fece passare tutto in secondo piano ma soprattutto perché è difficile trovare un “pazzo” che si accolli una gestione in profondissimo rosso. La genialata post-terremoto è stata semplice: visto che all’Aquila arriveranno vagoni di fondi pubblici facciamo pagare i debiti pregressi agli italiani. Con i conti risanati un privato potrebbe avere interesse a rilevare il tutto e a rilanciare il turismo sulla montagna più alta degli Appennini. Bene, bravo, bis. Stiamo ancora attendendo.
RIECCO IL TERREMOTO. Il 22 febbraio 2009, però, sotto alle chiacchiere vacue, fa capolino di nuovo il terremoto. La scossa ha per epicentro una zona fra L’Aquila, Lucoli e Tornimparte ed è di magnitudo 2,2. Conclusione dell’articolo: “Quella dell’Aquila è una situazione che l’Istituto di Geofisica sta tenendo sotto controllo proprio per la lunga sequenza di scosse superiori a 2,2”. Chissà cosa voleva intendere l’Ingv con quel “sotto controllo”. Misteri della scienza. Il 23 febbraio 2009, un lunedì, il terremoto è ancora all’attenzione, ma cambia lo scenario. La prima pagina del Centro è monopolizzata dalla notizia di una scossa di magnitudo 3,5 con epicentro a Tagliacozzo. L’occhiello avvertiva: legami con lo sciame sismico dell’Aquila, paura ma niente danni. Dopo questa sorta di “fuoco di paglia” il terremoto si acquieta per un po’ sotto la cenere, pronto a rispuntare fuori di lì a qualche giorno.
LA POLITICA. Fino alla fine del mese ci si balocca con i magnanimi politici che promettono a piene mani interventi che avrebbero dovuto risolvere problemi atavici: la Provincia annuncia un piano per rilanciare il trasporto col treno e accorciare i tempi di percorrenza L’Aquila-Sulmona, si ipotizza l’avvio di un progetto per una pista ciclabile lungo l’Aterno (un piccolo tratto è stato realizzato solo in tempi recenti), in una “affollata” riunione a Camarda si parla di rilancio del turismo montano (tanto per cambiare), a Scoppito si polemizza per l’annunciata costruzione di un parco eolico. Ma c’era anche una presa di posizione di Pina Lauria, ex consigliera di circoscrizione del Pd, che contestava l’ipotesi di portare in periferia gli uffici del Comune. Scriveva Lauria il 24 febbraio 2009: “Il nostro centro storico sta morendo, muore per la crisi economica, muore perché le sue attività non sono tutelate e incentivate, muore per la pessima organizzazione della sua mobilità. Portare fuori le mura la casa di tutti i cittadini avrà come conseguenza la totale rottura di quel tessuto sociale e relazionale che oggi ancora lo tiene unito. Mi si dirà che si risparmieranno tanti soldi accorpando tutto in una sede. Ma è giusto fare scelte tenendo solo conto delle tabelle contabili?”, concludeva Pina Lauria. Se leggete i giornali degli ultimi giorni (febbraio-marzo 2019) ritroverete gli stessi concetti, 10 anni dopo. Il terremoto ha solo messo a nudo il Re. I “dolori” del centro storico hanno radici lontane. Molto lontane.
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