“Do ut des”, mannaia sulle intercettazioni

Puntellamenti: il pm punta su due ambientali che riguardano Tancredi. Forse si decide il 23 marzo
L’AQUILA. La Procura ritiene sovrabbondante la massa di intercettazioni telefoniche e ambientali dell’inchiesta “Do ut des”. In essa si ipotizza un sistema corruttivo negli appalti per alcuni puntellamenti, che sarebbe stato svelato dalla denuncia dell’imprenditore Cesare Silva. Ieri, nel corso di un’udienza, è stato lo stesso pm, senza spiegarne il perché alle parti (non ne era tenuto) a chiedere che vengano trascritte solo due intercettazioni ambientali a fronte di una larga messe di telefonate e conversazioni sotto la lente degli investigatori. Si tratta di un’inchiesta di tale spessore al punto che, in una informativa, proprio ascoltando alcune intercettazioni, si era ipotizzato e temuto un velato tentativo da parte di gente autorevole di bloccare tutto. Per fortuna non è andata così. Ma a rallentare la macchina della giustizia sono state le omissioni delle notifiche: ben difficilmente ci potranno essere i tre gradi di giudizio prima che intervenga la prescrizione.
Ieri, comunque, è andato tutto liscio e nella prossima udienza del 23 marzo ci potrebbe essere la discussione.
Gli imputati, con ruoli molto diversi, sono gli ex assessori Vladimiro Placidi e Pierluigi Tancredi (sue le due intercettazioni “buone”), poi Daniela Sibilla, ex cerimoniera del Comune, il tecnico Pasqualino Macera, l’ex vicesindaco Roberto Riga, il dirigente comunale Mario Di Gregorio, il tecnico Fabrizio Menestò (posizione marginale) e Daniele Lago, amministratore delegato della Steda spa.
Le indagini della polizia, iniziate nel novembre del 2012, vogliono dimostrare un’attività corruttiva, secondo la quale alcuni imprenditori interessati ai lavori per la ricostruzione post-terremoto avrebbero elargito dazioni, quantificate in circa 500mila euro, quale contropartita per l’aggiudicazione di appalti relativi a lavori di messa in sicurezza di edifici danneggiati dal sisma del 2009 (tra cui Palazzo Carli, sede dell’Università).
Nel mirino, in particolare, la somma di un milione, ovvero il pagamento del terzo Sal per i lavori di messa in sicurezza di Palazzo Carli che è finito sul conto della Banca Popolare di Verona (a cui la Steda ha fatto cessione del credito) invece che alla ditta Silva.
Impresa che, secondo gli inquirenti, ha effettivamente effettuato tutti i lavori ma che dopo il secondo Sal venne indotta a costituire un’Ati (associazione temporanea di impresa) con la ditta Steda. Una parte dell’indagine è stata inviata alla Procura di Verona per competenza territoriale.
I fatti, contestati dalle difese, si riferiscono al periodo che va da settembre 2009 a luglio 2011.
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