«Domenico e Maria Paola vivo la dignità del dolore in una città senza memoria»

Il giornalista tra i ricordi di un passato lontano e un futuro da scrivere «Si continua a ricostruire circondati dal vuoto, dalla desolazione»
Ragazzi eccomi di nuovo qua. Nove anni dopo. Oggi è Pasqua, la decima senza di voi. Scrivervi sta diventando l'ennesima sofferenza. Come se non bastassero tutte quelle che ci sono state e ci sono. Eppure non posso non farlo. Devo. Lo farò fino all'ultimo, fino a quando non verrò accanto a voi e allora carta e penna non serviranno più. Basterà la vicinanza. Anche quest'anno per buttare giù qualche pensiero dolente ho scelto un'ora di notte. La casetta in via delle Massale a Onna è immersa nel silenzio interrotto solo dalle carezze che il vento riserva alle piante e alle siepi che la primavera sta già risvegliando. Da lontano arrivano i suoni spenti del mondo che là fuori si agita senza posa.
Il vuoto, l'assenza, il dolore sembrano finiti in una campana di vetro dove tutto giunge attutito. Ma io ci sono dentro e sbatto la testa sugli angoli sinuosi senza trovare le vie di uscita. Sembro una mosca finita in un bicchiere d'acqua: si dimena per un po', galleggia e alla fine si arrende. È una sensazione che a volte spaura. Qualche giorno fa al trattorino di nonno ho agganciato l'aratro. Per un'oretta ho fatto i solchi dove a fine aprile con mamma pianteremo pomodori, patate, insalata e tutto quello che l'orto ogni stagione ci regala. La giornata era bella, il sole tiepido. Il rombo del motore, gli scuotimenti causati dalle ruote sulle zolle, l'attenzione a fare la cosa giusta non ti fa pensare alla solitudine. Poi alla fine, riposti gli attrezzi, sono tornato verso casa. Pochi metri. Eppure a metà strada ho sentito il peso di questi anni assurdi, in un attimo ho ripercorso l'indicibile. Ho pensato che lì con me dovevate starci voi. Anche il lavoro sarebbe stata una festa. Poi la mente è finita nel baratro. Il pensiero è diventato angoscia. Paura. Ma voi – ho rimuginato in un misto di rabbia e stupore – ci siete mai stati? Oppure il mio è solo un sogno tragico e incredibile? Traballo, cerco di tornare alla realtà, mi guardo intorno: il prato è ben tagliato, i mandorli piantati nel frutteto della memoria si tingono già di rosa, le macchine corrono veloci sulla strada sterrata, le buche sono state appena ricoperte e non manca il solito spericolato che scambia un viottolo per una pista asfaltata e fila via come se fosse su un'autostrada. Sono un po' sudato, le tiepide folate mi solleticano i lobi delle orecchie, il cane abbaia, le galline razzolano come sempre. La tv, che avevo lasciato accesa, racconta i disastri del mondo. Uno pensa che i guai siano solo i suoi. Poi basta stare 10 minuti a seguire un telegiornale qualsiasi per scoprire che sei, al più, uno dei tanti.
Il pensiero che mi interroga svanisce. Mi sento in colpa solo per aver dubitato che per quasi 18 anni avete fatto parte della nostra vita, l'avete illuminata, rasserenata, riempita di quelle cose piccole che oggi chiamo, tutte insieme, felicità.
La cappellina al cimitero è ancora una bomboniera: fiori – sempre tanti e freschi – pupazzetti, foglietti con i pensieri di chi vi ha voluto bene. Poi, a volte, in quell'angolino che dovrebbe proteggere la morte e che invece è pieno di vita, la sorpresa si fa stupore. Qualche settimana fa, poggiato a terra, ho trovato un volumetto, simile a quelli che vengono confezionati per le tesi di laurea. Era l'elaborato finale di un master universitario. Dentro una dedica: “A Maria Paola. In ogni gesto, in ogni sorriso, in ogni vittoria, in ogni sacrificio e sconfitta Tu ci sei. Affronteremo tutto insieme. Scrissi questa frase su un foglio di un vecchio diario ed io con Te oggi sorrido per un altro piccolo traguardo insieme. Paola Colucci”.
Leggo e non so se piangere, ridere o disperarmi. Poi mi rassereno. Penso che quei pochi anni in cui ci siete stati hanno lasciato una scia profumata di bei ricordi. Ora so che c'è chi lotta contro le onde imprevedibili della vita tenendo voi per mano. E questo mi convince sempre più che i miracoli esistono. Che la morte non riesce a sconfiggere fino in fondo la vita.
Ancora oggi capita di incontrare persone che mi raccontano di avervi conosciuto. È successo un mese fa a Roio, paese dove sono andato per raccontare la ricostruzione dei nostri borghi. Lì avevate amici e compagni di scuola. In un alloggio del progetto Case una mamma mi ha parlato di te, Maria Paola, e mi ha riportato indietro di 15 anni quando suo figlio frequentava la tua stessa classe nella scuola media Mazzini.
Adesso vi voglio dire di quest'ultimo anno. Per me sono stati mesi un po' travagliati. Ma li ho superati tenendo sempre in mente un principio che, dopo il vostro transito, è diventato valore assoluto: non indietreggiare mai davanti a chi vorrebbe calpestare quelle cose che il terremoto mi ha voluto lasciare in eredità: dignità e dolore, la sola miscela che ogni mattino accende il motore di una macchina sempre più stanca e affannata.
Ho fatto delle rinunce, dure, ma ne sono felice. Per fortuna ho trovato anche persone sensibili e serie che mi hanno messo nelle condizioni di scegliere il meglio per me. A un certo momento l'alternativa era diventata insultare la vostra memoria e fingere un'altra vita che non potrà e non dovrà esserci. Dignità e dolore. Ieri, oggi e per sempre.
Adesso magari volete sapere della nostra Onna, dell'Aquila e delle sue frazioni, dei tanti paesi che cercano di rinascere.
La ricostruzione è come quelle lumache che al primo sole mattutino mettono la testolina fuori, aprono le loro antenne e pian piano si posano un po' qui e un po là lasciandosi dietro i segni del passaggio. Il nostro paesello, dopo nove anni, è ricostruito per circa un quarto. Ce ne vorranno almeno altri dieci, di anni. La nostra casa attende come le altre: riunioni, carte che vanno e vengono, progetti, discussioni, promesse e illusioni. Vi confesso che non ce la faccio – o forse non voglio – a stare dietro a tutto. Ho come il timore che sarà ricostruita non un'abitazione bella e confortevole ma solo quella che è stata la tomba vostra e di nonno Domenico. La scorsa primavera ho ripulito da erbacce e arbusti il piccolo giardino che era il nostro paradiso. Sentivo il rumore sordo di qualche cantiere, lo zappettio del vicino ortolano, voci stridule dalle stradine deserte dove non si affacciano più porte e finestre. Il melo, il pero, il tiglio, il rosmarino sono sempre lì in attesa che la casa rinasca e si rianimi. Poi immagino come sarà. L'architetto me l'ha fatta vedere sul computer: imponente, sicura, con un bel cortile interno. A lavori finiti forse ci andrò ma sarà come giungere all'ultima stazione della Via Crucis. Poi dovrò attendere l'alba di un nuovo giorno. E non so se mi piacerà.
Girando distrattamente per il centro storico dell'Aquila – dove i palazzi rifatti risplendono e quasi abbagliano – ho avuto come la sensazione che tutto sia finto. È come guardare una bella vetrina con dentro figure inanimate. Non vorrei che il capoluogo d'Abruzzo diventi una pupazzeria di lusso, senz'anima. C'è chi si esalta a ogni edificio che torna agibile. Eppure accade che c'è gente che non ci vuole tornare in quegli edifici. La ricostruzione fatta senza logica – soprattutto nelle frazioni – sta provocando il paradosso: la casa è tornata abitabile ma intorno spesso c'è desolazione oppure – quando va bene – ci sono cantieri appena avviati o che stanno per esserlo. Dopo 9 anni leggo di associazioni di costruttori e architetti che propongono idee per la città. Parlano della necessità di riqualificare piazze, strade, luoghi pubblici, angoli dimenticati da decenni. Dopo 9 anni. La ricostruzione pubblica è ferma, strepitano tutti. Poi si tira in ballo la burocrazia “cattiva” e “matrigna”. Sarà. Ma che due simboli della città, il Duomo e palazzo Margherita (sede del Comune), siano praticamente ancora fermi al sei aprile 2009 è una vergogna che peserà a lungo sugli aquilani della generazione del terremoto (Collemaggio e San Bernardino si badi bene, sono rinate grazie agli sponsor). L'importante, sin dal primo momento, è stato distribuire senza limiti (e quasi senza controlli) i soldi ai privati, ma non a tutti i privati, ma soprattutto a quelli che avevano urgenza di ri-fare cassa (con due esse). Da qui, checché se ne dica, nacque lo scontro feroce con la gestione commissariale. L'Aquila – e adesso anche qualche frazione – è piena di affittasi e vendesi. Una mega speculazione, fatta col denaro di tutti gli italiani, di cui per ora possiamo solo intravedere i contorni. “Come era e dov'era”, la ricostruzione è “cosa nostra”. Le parole d'ordine finora hanno funzionato. Nemmeno la criminalità organizzata è riuscita a fare grandi affari all'Aquila. E se ci ha provato è stata – per fortuna – subito messa all'angolo. Ma non tutto si spiega con la capacità, indubbia, di investigatori e magistratura. Colletti bianchi, finti perbenisti, affabulatori di professione, hanno fatto argine per deviare nel fiume indigeno, già stracarico, il percorso dei soldi. Tutto lecito per carità. Tutto legittimo. Guai a dubitare.
Poi c'è una marea di gente senza lavoro, malpagata, con poche speranze. Ma questo è un dettaglio in una città dove – come nella migliore tradizione della provincia italiana – o sei dentro circoli e circoletti o non sei nessuno. Cari ragazzi non vi voglio tediare ancora. Prendete le ultime righe che ho scritto come lo sfogo di chi vede il mondo ancora da sotto le macerie, attraverso quei pertugi che filtrano le immagini dell'orrore. Anche quest'anno L'Aquila non è riuscita a dare alle 309 vittime di quella notte un luogo pubblico dove ci si possa fermare per ricordare e riflettere. Chi passa in via XX Settembre quasi non riconosce più la Casa dello studente. Il parco della memoria chissà se, quando e come verrà realizzato. Se mai – fra anni – dovesse essere inaugurato assisteremo al trionfo dell'ipocrisia. Io – se sarò ancora su questa terra – da quella inaugurazione mi terrò ben lontano.
La città vi vuole dimenticare. Lasciamola fare. Voi una certezza ce l'avete. I vostri genitori ci saranno sempre. Chi vi ha conosciuto ogni tanto vi porterà un bel fiore. Ciao ragazzi. Non perdiamoci di vista. Non fatemi mai mancare il pane quotidiano: dignità e dolore.
Mamma e papà.
Onna 1 aprile 2018. Anno nono post sisma.

