Don Angelo, prete a 61 anni: «Io, dalla fabbrica all’altare»

22 Febbraio 2022

Originario di Lanciano, per la vocazione decisivo l’incontro coi frati di Tagliacozzo «Rimasi senza lavoro, ho conosciuto quel dramma. Il percorso di fede? Graduale»

TAGLIACOZZO. Un tempo indossava la tuta blu, quella dei metalmeccanici. Dopo aver fatto il falegname e anche il muratore. Da oggi Angelo Di Bucchianico, 61 anni, diventa sacerdote. Qualcuno già lo chiama il prete-operaio. «La mia vocazione», spiega don Angelo, «è stata un incontro d’amore con Dio. Come ciò sia accaduto è un mistero. Quello di cui sono certo è che sia stato Dio a farmi questo dono. Il percorso fatto per rispondere a questo dono d’amore e di fede è stato lungo e graduale, passo dopo passo, come quello che faccio, per usare una metafora, quando salgo in cima al monte Camicia (montagna del massiccio del Gran Sasso, ndc). Percorso che alla fine mi ha permesso di superare momenti di smarrimento e di non avere più alcun dubbio su quale fosse la giusta strada da intraprendere».
Don Angelo, terzo di quattro figli, è nato a Lanciano nel 1961. Il padre, Francesco, ferroviere, è emigrato per 30 anni in Germania, mentre la madre, Ida Della Guardia, si prendeva cura dei figli. Dopo la licenza media, si iscrive all’Istituto d’arte, conseguendo il diploma a Perugia. Ultimati gli studi, per qualche tempo, fa prima l’imbianchino e poi il falegname. Il tempo libero lo dedica al canto lirico per il quale fin da ragazzo si sente portato. Un’altra sua passione sono le escursioni in montagna. Nel 1982, lo attende il servizio militare a Bologna. Congedato, torna a casa e riprende a fare i soliti lavori saltuari e a cantare nel Coro dei padri Passionisti di San Gabriele. Nel luglio 1986 decide di presentare domanda per entrare nel Conservatorio di Pescara. Un sabato vi si presenta, ma trova la segreteria chiusa. Sarebbe tornato la settimana dopo. Arrivato a casa, però, trova una lettera dei frati conventuali di Assisi, ai quali in precedenza aveva chiesto ospitalità per qualche giorno. Parte subito e addio al Conservatorio. Rimarrà ad Assisi per 13 anni, durante i quali, oltre a mettersi a servizio della comunità, può attendere agli studi teologici e frequentare la scuola vocazionale. Nel 1999, in seguito a una forte crisi, torna a Lanciano. Nel 2000 viene assunto da un’importante impresa edile, specializzata in lavori di restauro. Nel 2005 però si licenzia e trova lavoro in un’azienda metalmeccanica della Val di Sangro. Nel 2009, a causa della crisi economica, però, non gli viene rinnovato il contratto. A lui e ad altri suoi compagni. «Ho toccato allora con mano», ricorda il sacerdote, «il dramma delle persone che rimangono senza lavoro».
Don Angelo si ritrova a casa disoccupato e solo insieme agli anziani genitori, che di lì a qualche anno, purtroppo, perderà. «Nel 2017», prosegue don Angelo, «con il Coro lirico d’Abruzzo sono stato invitato a cantare al Festival di Mezza estate di Tagliacozzo, nella rappresentazione del Barbiere di Siviglia. Per l’occasione sono stato ospitato dai frati del convento di San Francesco, dove in passato c’ero stato più volte, soprattutto durante a mia permanenza ad Assisi. È stato un incontro decisivo. Nel momento in cui pensavo di mollare, sulla spinta del Signore che non mi ha mai abbandonato, ho ripreso il mio cammino. Molto importante è stato anche l’incontro con l’allora vescovo di Avezzano, monsignor Pietro Santoro, che mi ha voluto con sé, ordinandomi lo scorso anno diacono. Mi è rimasta impressa una frase dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte: si può campa’ senza saper perché, ma non si può campa’ senza saper per chi. Per chi, io ora lo so».
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