Don Paolo, da campana selvaggia al delitto

15 Dicembre 2019

La parabola del prete (che dipende dalla diocesi dell’Aquila) dal disturbo della quiete pubblica alla condanna per omicidio

L’AQUILA. Chissà se la visita del marzo scorso della qualificata delegazione della Curia aquilana al Policlinico Gemelli al degente Paolo Piccoli sia da annoverare come una delle opere di misericordia corporale (alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati...). Passato, presente e futuro. Antico, ma moderno e social, il prete veronese – condannato in primo grado a 21 anni e 6 mesi per omicidio volontario – cui la diocesi aquilana paga la «previdenza integrativa», una sorta di pensione, in quell’occasione non si era lasciato sfuggire la foto opportunity col cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi. Che all’indomani del rinvio a giudizio scrisse: «Nessun provvedimento canonico verrà adottato prima che si arrivi a una sentenza». Finora da lui nessun commento.
SCONCERTO TRA I FEDELI. Il pubblico scandalo nei confronti del popolo di Dio, cioè dei fedeli, determinato da una sentenza di condanna per omicidio – un unicum nella storia della Chiesa aquilana – non necessariamente comporterà l’irrogazione di sanzioni canoniche. Il canone 1344 comma 2 del Codice di diritto canonico prescrive di «astenersi dall’infliggere la pena, o infliggere una pena più mite o fare uso di una penitenza, se il reo si sia emendato e abbia riparato lo scandalo, oppure se lo stesso sia stato sufficientemente punito dall’autorità civile o si preveda che sarà punito». Il caso è nelle mani del presule aquilano. Solo a lui spetta decidere se i 21 anni e mezzo di carcere inflitti da un tribunale dello Stato in prima istanza siano «sufficienti». Tuttavia, lo sconcerto e l’imbarazzo negli ambienti ecclesiastici aquilani sono evidenti. «Una ferita che sanguina da anni, e ora si è riaperta», commenta un sacerdote, che chiede di mantenere l’anonimato in quanto teme ritorsioni. «Un fatto inimmaginabile e orribile, legato a figure che sembravano appartenere al passato di questa tormentata Chiesa aquilana. Spiace che molti degli ex sostenitori del confratello, anche di recente, abbiano dato pubblico e nostalgico sfoggio di una stagione vecchia, archiviata, che sembra tornare sempre in auge». Idem tra i fedeli. Qui non si tratta di disturbo di quiete pubblica col suono di campana selvaggia oppure di inni fascisti come “Canzone d’Africa” e “Tripoli bel suol d’amore” diffusi dal campanile di Pizzoli durante i comizi di Rifondazione.
MUSSOLINI E BERGOGLIO. Nel suo profilo Facebook è possibile rinvenire numerosi post antibergogliani («La voce del mio antico rettore di seminario mi riporta alla giovinezza, e mi disintossica dall’ennesima pontificia predica sui migranti» e ancora: «Sacrilegi ed empietà liturgiche e dottrinali della falsa chiesa») e alcuni nostalgici («Il duce si è salvato l’anima, vari buoni sacerdoti lo ricordano nella messa»).
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