Don Paolo: «Io, condannato da 7 bugie»

Il sacerdote: «Nel processo ci sono stati troppi pregiudizi ai miei danni, ma ci sono delle verità che mi scagioneranno»
L’AQUILA. «Sono stato condannato a causa di sette bugie della perpetua raccontate nel processo. Dovrò sopportare il peso di questa croce fino al processo di Appello. In questi cinque anni le udienze sono state basate su pregiudizi».
Chi parla è don Paolo Piccoli, ex parroco di Pizzoli e Rocca di Cambio, in quiescenza, ma ancora incardinato nella diocesi aquilana, condannato a 21 anni e mezzo di carcere dalla Corte d’Assise di Trieste, per aver strozzato nella casa di riposo per sacerdoti, dove era ospite, don Giuseppe Rocco, 92 anni, per derubarlo di una collanina.
Piccoli cita un versetto del libro di Giobbe per commentare la sua sofferenza: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».
«La perpetua», riprende a dire il sacerdote veronese sul processo, «non solo mi ha fatto condannare per omicidio, ma incasserà anche una lauta eredità dalla vittima».
Una di queste sette affermazioni contestate riguarda l’esistenza di una collanina, che, secondo il pm, Piccoli voleva rubare, ma che non è mai stata trovata neanche dopo una perquisizione.
«Così come non si trova», dice ancora Piccoli, «il cuscino che era nella stanza della vittima ed era compreso negli atti del processo, dal momento che era presente nelle immagini scattate dai carabinieri entrati nella stanza di don Rocco il 2 maggio, ed è scomparso il giorno dopo. Qualcuno, forse, aveva interesse a farlo sparire». Inoltre il sacerdote insiste nel dire che, sulla scorta di valutazioni peritali, l’osso ioide del collo della vittima sarebbe stato spezzato dopo la morte e non prima.
«Le tracce del mio sangue rilevate», ribadisce Piccoli, «sono state causate dal fatto che soffro di un’acclarata patologia che consiste in perdite ematiche. Inoltre ho impartito l’estrema unzione secondo il vecchio rito che è lungo complesso ed, essendomi recato in seminario in tutta fretta, non indossai nemmeno la camicia che avrebbe impedito che il sangue filtrasse. Un rito che ho anche ripetuto in udienza per spiegare ai giudici come si articolasse. Tra l’altro, a proposito di malattie, le mie condizioni in questi ultimi tempi stanno peggiorando con ricoveri in ospedale».
«Non ci aspettavamo un simile verdetto», commenta l’avvocato Vincenzo Calderoni, «ma accettiamo serenamente questa sentenza, in attesa delle motivazioni, convinti di poterla ribaltare e ridare pace a don Paolo».
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