Don Piccoli, riparte il processo d’Appello

Il via il 21 febbraio, dopo che la Cassazione ha annullato la condanna all’ex parroco per l’omicidio di don Rocco a Trieste
L’AQUILA. Riparte il processo in cui è imputato don Paolo Piccoli, il sacerdote accusato di aver ucciso don Giuseppe Rocco nel 2014. Il 21 febbraio si terrà la prima udienza davanti alla Corte d’assise d’Appello di Venezia: è lì che la Cassazione ha rispedito il procedimento penale, dopo aver annullato la sentenza di condanna per omicidio pronunciata dalla Corte d’assise d’Appello di Trieste. Come sancito dalla Suprema Corte, non solo si dovrà ristabilire il contraddittorio tra accusa e difesa, ma anche accertare il movente, la dinamica e addirittura se don Giuseppe sia stato davvero ucciso.
Don Paolo, sacerdote 57enne originario di Verona ma incardinato nella diocesi dell’Aquila, molto conosciuto in zona anche per aver prestato servizio a Rocca di Cambio e Pizzoli, può quindi ancora sperare nel ribaltamento totale del giudizio, dopo essersi dichiarato sempre innocente durante i quasi dieci anni del procedimento. «Finalmente comincia questa nuova fase, in cui speriamo di arrivare a una ricostruzione verosimile dell’accaduto e quindi all’assoluzione. Sono molto fiducioso di un buon esito», dice il suo avvocato aquilano, Vincenzo Calderoni.
LA MORTE E LE ACCUSE
Don Paolo Piccoli finì nei guai dopo il rinvenimento del corpo senza vita del monsignore 92enne Giuseppe Di Rocco all’interno della Casa del clero di Trieste, dove entrambi i presuli abitavano. Era il 25 aprile del 2014. La vittima fu trovata senza vita dalla perpetua, Eleonora Laura Di Bitonto, che tentò di rianimare l’anziano e chiamò il 118. Inizialmente si pensò a una morte naturale, ma poi, dopo l’autopsia che rivelò la rottura dell’osso ioide del collo, si cominciò a parlare di strangolamento e arrivarono le accuse di omicidio: per l’accusa, don Paolo lo avrebbe ucciso per rubargli alcuni monili, tra cui una collanina. La grande accusatrice di don Paolo Piccoli fu proprio la perpetua, poi destinataria dell’eredità del monsignore trovato senza vita. Il sacerdote proveniente dall’Aquila fu quindi condannato in primo grado a 21 anni e sei mesi di carcere. Poi, nel 2019, arrivò la conferma della pena con la sentenza di secondo grado dalla Corte d’assise d’Appello di Trieste.
Questo, nonostante le contestazioni dalla difesa, secondo cui, tra le cose, la rottura dell’osso del collo che sarebbe potuta avvenire durante l’autopsia, non essendo stata realizzata una Tac prima dell’esame, mentre sarebbero sparite sia la collanina che un cuscino e non ci sarebbe una correlazione tra il sangue di don Paolo Piccoli trovato sul letto di don Giuseppe e la sua morte
LA VITTORIA IN CASSAZIONE
Don Piccoli decise quindi di fare ricorso alla Cassazione. Vincendo. La Suprema Corte ha infatti annullato quella sentenza di condanna del 2019 per questioni tecniche, dando mandato alla Corte d’assise d’Appello di Venezia di rifare da zero il procedimento di secondo grado. Questo perché durante il processo non fu ammessa la relazione dei periti della difesa, che contestavano le ricostruzioni della controparte, negando all’imputato il diritto alle “armi pari”.
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