Don Piccoli, scontro sulle perizie: giallo su tracce di Dna e movente

19 Marzo 2023

La Cassazione ha annullato la condanna a 21 anni all’ex parroco per l’omicidio dell’anziano don Rocco Si torna in Appello a Venezia, la difesa vuole smontare le accuse: dal sangue alla collana mai trovata

L’AQUILA. L’annullamento da parte della Cassazione della condanna a 21 anni di reclusione a don Paolo Piccoli – ex parroco di Rocca di Cambio e di Pizzoli, veronese ma incardinato nella diocesi aquilana – porterà a un nuovo processo in Appello a Venezia, durante il quale saranno rimesse in discussione tutte le prove che in precedenza avevano “inchiodato” il sacerdote accusato di aver strangolato un anziano prete, Giuseppe Rocco, che viveva con lui nella casa del clero a Trieste. Il ricorso in Cassazione era stato presentato dall’avvocato aquilano Vincenzo Calderoni legale di don Piccoli. Ora si riparte da capo.
L’OMICIDIO E IL RITROVAMENTO
Don Giuseppe Rocco, monsignore 92enne, fu trovato senza vita il 25 aprile 2014. In un primo momento si pensò a una morte naturale. L’ipotesi che si fosse trattato di omicidio fu fatta diverse settimane dopo a seguito dell’autopsia. Il delitto sarebbe avvenuto con un’azione combinata di soffocamento e strozzamento, che avrebbe provocato il decesso dell’anziano per asfissia. Ad accorgersi della morte di don Rocco fu la “perpetua” Eleonora Laura Di Bitonto, che tentò di rianimare l’anziano prelato, come risulta anche dalla telefonata al 118. Sempre la perpetua, sia prima che durante le fasi del processo, è stata la grande accusatrice di don Piccoli e unica destinataria, tra l’altro, della eredità di don Rocco che, stando a quanto riferito dalla stessa, l’avrebbe poi divisa con i nipoti del monsignore.
I SOSPETTI SU DON PICCOLI
Il sacerdote venne accusato di aver ucciso don Rocco per impossessarsi di una collanina che l’anziano prelato portava sempre. Una tesi, questa, più volte contestata dalla difesa. La collanina di fatto non è mai stata trovata, nonostante le diverse perquisizioni nella stanza dell’imputato. Una molto simile sarebbe invece stata vista «al collo della perpetua», come sostenuto dal legale di don Piccoli durante una delle udienze. Stando sempre all’accusa una prova schiacciante a carico di don Piccoli sarebbero delle minuscole tracce ematiche (col suo Dna) trovate sulle lenzuola della vittima e viste anche dalla perpetua. La difesa, durante la fase dibattimentale, ha però sottolineato come fosse impossibile notarle, dal momento che, quando don Rocco è stato trovato senza vita, la stanza era buia. La presenza delle tracce ematiche “afferibili” a don Paolo è stata così spiegata dalla difesa: il giorno stesso della morte del monsignore, don Piccoli si è inginocchiato a fianco al letto dove era stata composta la salma per somministrare l’estrema unzione. La presenza delle tracce a lui riconducibili è legata a una patologia di cui l’imputato soffriva da tempo che determinava la perdita di gocce di sangue, come certificato dal medico che lo teneva in cura e riportato anche da diversi testimoni, amici, conoscenti, parenti dell’imputato, ascoltati in aula. Quindi secondo il legale di don Paolo Piccoli «le tracce di sangue dell’imputato sulla scena del delitto sarebbero state lasciate dal prete mentre impartiva l’estrema unzione a monsignor Giuseppe Rocco».
LA CONDANNA ANNULLATA
Sia la sentenza di primo che quella di secondo grado, per il legale Vincenzo Calderoni – e oggi anche secondo la Cassazione – sono nulle «anzitutto per la contestata acquisizione delle analisi del Ris (Reparto investigazioni scientifiche, ndr) sulle tracce ematiche e della consulenza dei medici legali che avevano riscontrato nella vittima la rottura dell’osso ioide, fondamentali per supportare la sentenza di condanna». Secondo la difesa all’epoca c’era già un quadro indiziario delineato che avrebbe dovuto portare l’organo inquirente ad avvisare Piccoli dell’esecuzione di quegli accertamenti irripetibili. Quanto alla rottura dell’osso ioide, secondo il difensore, «non si può escludere a priori che sia avvenuta, ad esempio, per una maldestra manovra posta in essere in occasione dello spostamento del cadavere da parte dell’impresa funebre».
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