Donne e musica, storia di emancipazione

Dall’americana Alsop che nel 2008 diresse alla Scala alla 27enne Venezi, la più giovane direttrice d’Italia
L’AQUILA. «Non mi piace questo atteggiamento delle colleghe di replicare modalità maschili. È come dire che per essere presa sul serio devo comportarmi come un uomo».
Così dice Beatrice Venezi, di soli 27 anni, la più giovane direttrice d’orchestra italiana. La più giovane, e una delle poche, vista la lunga serie di discriminazioni cui sono sottoposte le donne che decidono di perseguire una carriera nel mondo della musica classica. Un tema di cui si era già occupata la regista svedese Christina Olofson, che nel 1987 ha girato il film documentario “Dirigenterna”, in cui incontriamo sei direttrici d’orchestra che, con coraggio, sono riuscite a entrare in un mondo dominato dagli uomini. A oggi, tra i direttori d’orchestra, le donne non raggiungono neanche il 4%. Un numero preoccupante.
Un esempio lampante in Italia è quello del Teatro alla Scala di Milano, che, dal 1778, anno della sua inaugurazione, ha visto solo nel 2008 la prima donna sul podio, l’americana Marin Alsop, e nel 2011 la seconda, la finlandese Susanna Mälkki.
Ma per quanto le cose in occidente stiano lentamente cambiando, la discriminazione di genere in altre parti del mondo è ancora alta, tant’è che, in Iran, l’esclusione delle donne è ormai diventata una prassi. Ricordiamo che nel settembre 2014, il quotidiano “Shargh” riportò che la presenza di musiciste donne nei concerti live era stata bandita in 13 province iraniane, e già dall’inizio del 2015 vari concerti sono stati cancellati, anche all’ultimo momento, per la presenza di donne all’interno del gruppo strumentale. La misoginia non manca nemmeno nelle orchestre più famose, come nel caso della Wiener Philharmoniker, che solo nel 1997, grazie alle proteste di un gruppo di femministe, ha assunto in pianta stabile alcune musiciste, la prima delle quali l’arpista Anna Lelkes. La prima direttrice donna arriverà solo nel 2005, con l’australiana Simone Young. Si noti che l’orchestra è attiva dal 1842. Inoltre, se il canto adesso viene visto come un’attività prevalentemente femminile, in passato le donne nelle chiese dovevano tacere (“Mulier taceat in ecclesia”): e se non potevano parlare, figuriamoci cantare. Per questo, allo scopo di avere cantanti che potessero eseguire le parti più alte, tra il XVII e il XVIII secolo, e persino in pieno Ottocento, in Italia furono evirati migliaia di bambini.
Anche nell’uso degli strumenti la donna subiva restrizioni: inimmaginabile era la donna con le guance gonfie d’aria, che soffiava nell’ancia di uno strumento a fiato, perché sarebbe andata contro i canoni di bellezza femminile cui era tenuta ad attenersi. Anche gli strumenti ad arco, che richiedono particolari posture, rendevano la donna “antiestetica”. L’unico strumento “conveniente” alle donne era l’arpa, per la grazia del suono, che, così delicato, era visto come l’unico adatto all’immagine graziosa a loro attribuita. La discriminazione non si ferma, però, solo all’atto pratico della musica: anche il mondo della composizione è segnato da pregiudizi e limitazioni.
Partendo da Maria Anna Mozart, di cui lo stesso fratello lodava le grandi capacità compositive, possiamo elencare diversi nomi di donne che, pur avendo contribuito alla storia della musica, difficilmente vengono ricordate, come Francesca Caccini, la prima donna a scrivere un’opera teatrale. O ancora Maddalena Casulana, che viene ricordata per essere stata la prima donna ad aver pubblicato le proprie composizioni nella storia della musica occidentale, e Barbara Strozzi, musicista professionista e indipendente che pagò la propria autonomia con l’infamante accusa di essere una “cortigiana”.
All’estero troviamo, invece, Clara Schumann (moglie del grande Robert Schumann), una delle pianiste più importanti dell’epoca romantica, insieme a Fanny Mendellssohn (sorella del più noto compositore Felix Mendellssohn), donna che mostrò precocemente una grande abilità nel comporre musica. Tuttavia, fu limitata dai pregiudizi del tempo nei confronti delle donne, sostenuti anche dal padre, che le scrisse: «La musica forse diventerà la sua (di Felix) professione, mentre per te può e deve essere solo un ornamento».
Fortunatamente, oggi parlare delle compositrici è più agevole di trenta-quarant’anni fa. A partire dal 1908, anno del primo congresso nazionale delle donne, la musica è entrata ufficialmente nel dibattito culturale delle “emancipazioniste”. Si rivendicava l’autonomia creativa per la composizione: la donna non doveva copiare i colleghi o i maestri, ma sulla base di uno studio egualitario poteva liberamente scrivere secondo scelte tecniche ed estetiche proprie. Una filosofia importantissima, dato che, come sempre purtroppo nella storia, le donne compositrici non hanno mai operato in condizioni di pari opportunità e dignità professionale.
Alessandra Cuzzolino
Eleonora Di Marco
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