Donne morte, quartiere sotto scacco

Viaggio alla Badia, il marito della 50enne uccisa dal virus: «Ci trattano da appestati, ma noi stiamo bene»
SULMONA. Un viottolo che s’inerpica verso il Morrone. Ai due lati piccole e graziose villette immerse nel verde della collina e, a metà salita, le quattro palazzine di proprietà dell’Ater. Sulla sommità della strada un agglomerato di case rurali e più a sinistra un piccolo allevamento di animali. È il piccolo e operoso villaggio che si sviluppa attorno a via della Caprareccia, salito alla ribalta delle cronache per la febbre suina che, in pochi giorni, ha ucciso due sorelle che vivevano praticamente in simbiosi. È qui che abitavano da sempre Maria Lucia e Sonia Ferrante, due porte una affianco all’altra; più dietro, ma sempre nello stesso agglomerato giallo paglierino, la casa del padre 80enne, ora ricoverato in ospedale a Sulmona nel reparto di medicina, per problemi di respirazione. I medici lo tengono costantemente sotto controllo in attesa di conoscere i risultati degli esami clinici ai quali l’uomo è stato sottoposto subito dopo il suo arrivo in ospedale. Si teme che anche lui possa risultare positivo al virus H1N1. Un virus che si trasmette con il contatto e che è stato già letale per le figlie.
«E forse proprio perché mia moglie non la lasciava sola un attimo provvedendo anche se debilitata e debole, alle esigenze della sorella disabile che è rimasta infetta. Speravo che potesse farcela almeno lei. Ora sono qui ad aspettare che me la riportino da Roma per il funerale. Qui da solo, schivato da tutti perché temono che anche io sia infetto da chissà quale male. Ma io sono sano come un pesce, ho solo un po’ di tosse, niente febbre e nessun mal di testa. Mio suocero sta in ospedale ma dovrebbe uscire tra qualche giorno. Qui stiamo tutti bene, altro che contagio».
Dapprima diffidente, poi si sfoga, Walter, il marito di Sonia, la 50enne morta l’altro giorno, all’ospedale Umberto I di Roma a causa del virus che il 28 di febbraio scorso aveva ucciso anche la sorella.
«Non è una cosa bella quella che sta succedendo», afferma l’uomo, «davanti a casa non passa più nessuno e ci trattano come appestati. Colpa dei giornali che scrivono quello che vogliono e tutti ora hanno paura».
Proprio in quel momento arriva un uomo in bicicletta, che al passaggio abbassa lo sguardo e tira dritto. Non c’è un’anima in giro in via della Caprareccia. Per incontrare qualcuno ci fermiamo nell’ampio piazzale delle palazzine Ater: in un garage c’è Giuseppe che sta lavorando con il martello: «non sapevo niente della febbre suina. Solo oggi mi hanno detto del caso delle due sorelle, e in giro sono tutti preoccupati. Soprattutto quelle famiglie dove ci sono anziani e bambini più vulnerabili di fronte a un eventuale contagio».
Mentre parliamo arriva Achille che, intuito l’argomento, se la prende con l’Azienda sanitaria che non si è mai vista in zona. «L’impressione è che dalla Asl stanno sottovalutando la vicenda, e lo stanno facendo sulla pelle delle persone», accusa l’uomo, «qui c’è gente che rischia grosso e loro se ne stanno con le mani in mano in attesa degli eventi. Non è concepibile che nessun vigile sanitario sia venuto a controllare le condizioni in cui versa la zona. Ci sono stalle dappertutto e mi hanno riferito che nelle abitazioni dove vivevano le due donne le condizioni igienico-sanitarie sono davvero precarie».
Stesso discorso davanti al bar della Badia dove un gruppetto di persone discute della febbre suina e della preoccupazione crescente tra i residenti. «Devono dirci con certezza quali sono i rischi che stiamo correndo noi e le nostre famiglie», chiedono in coro, «sulla vicenda c’è totale disinformazione. Nessuno ci dice se in questi casi sono previsti particolari protocolli e quali sono le indicazioni seguire».
Claudio Lattanzio
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