Dopo il terremoto affitti a 1.300 euro e in tanti risero

Poche settimane dopo il sisma i canoni raddoppiarono e i soldi del Cas finirono anche nelle tasche di speculatori
L’AQUILA. Dentro la storia del contributo di autonoma sistemazione (Cas) si accavallano vicende di vario tipo: ci sono i furbetti (quelli che non ne avevano diritto ma hanno incassato egualmente il Cas), quelli con stipendi da migliaia di euro al mese (che non avevano certo bisogno delle poche centinaia di euro del Cas ma non ci hanno voluto rinunciare in base allo slogan “ma che io sono fesso!”) e quelli che quei soldi li hanno dovuti “passare” direttamente nelle mani di proprietari di case che poche settimane dopo il terremoto avevano raddoppiato i canoni di locazione. Un nostro lettore dopo aver visto l’articolo su coloro che dovranno restituire al Comune somme del Cas riscosse indebitamente ci ha voluto raccontare anche la sua di storia. Si tratta di una famiglia di tre persone che fino al 5 aprile del 2009 abitava a ridosso delle mura cittadine (quelle che segnano il confine fra i “poveracci” e gli Unti dal signore). Passa qualche mese sulla costa e poi al momento del censimento dell’agosto del 2009 sceglie l’autonoma sistemazione. Torna all’Aquila e prova ad affittare una casa. È lì che il capofamiglia si accorge che i prezzi degli affitti sono più che raddoppiati. Alla fine il meglio che trova è una abitazione a 1.300 euro al mese. Il Cas gli dà una mano, infatti i mille euro che gli spettano vengono “girati” direttamente al proprietario dell’appartamento con l’aggiunta naturalmente dei 300 euro di differenza. Nel maggio 2015 quando il Comune mette fine al Cas la famigliola è costretta a tirar fuori di tasca propria tutti i soldi. E lo farà per un anno perché i lavori di ricostruzione dell’abitazione tardano. È per questo che la famiglia chiese al Comune di prolungare l’autonoma sistemazione per tutti quei casi in cui il Cas non era uno “sfizio” ma una necessità reale che finiva tutto nelle tasche di chi con il terremoto si era fatto quattro belle risate.
La storia degli affitti raddoppiati se non addirittura triplicati è un altro dei buchi neri del post-terremoto aquilano. Ne parlò già nel maggio 2010 l’allora arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Molinari che lanciò un vero e proprio anatema contro l’aumento ingiustificato dei canoni di affitto. Il prelato parlò di mancanza di solidarietà tra gli aquilani e di una comunità che mostra troppe frammentazioni. Molinari fece anche delle cifre: novemila euro al mese per un negozio, mille euro per un semplice monolocale. Ma gli anatemi servirono a poco. La città è piena di baciapile e di cattolici all’amatriciana: ma basta toccare il portafoglio che spuntano fiamme e forconi. Salvo poi passare sotto la Porta Santa il 28 agosto “pentiti e confessati”.
Ma in una città “fondata” sulla rendita c’è poco da stupirsi. Un paio di anni dopo, nel 2012, fu la Cisl a segnalare le anomalie aquilane: «Per appartamenti tra i 70 e gli 80 metri quadrati viene richiesto, anche in zone periferiche come Coppito, Pettino, Preturo, Pizzoli e Pianola, un fitto che oscilla tra gli 800 e i mille euro al mese. Si sale fino a 1.300-1.500 euro mensili se l'alloggio si trova nell'immediata periferia del centro storico. Cifre che lievitano di pari passo con l'aumentare della metratura. Per un posto-letto agli studenti vengono chiesti, mediamente, dai 200 a 400 euro, se la casa si trova in prossimità dei poli universitari».
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