Droga, botte e minacce: baby spacciatori nei guai

Reati in centro e davanti alle scuole: 6 giovanissimi arrestati e 7 in comunità
L’AQUILA. Hashish e marijuana da vendere, piccole somme da riscuotere, un “panetto fumo” da conservare: ruota essenzialmente intorno allo spaccio di stupefacenti l’inchiesta della Procura del tribunale per i minorenni dell’Aquila, che ieri ha portato all’emissione di 13 misure cautelari, 6 in carcere e 7 affidi in comunità, eseguite da carabinieri e polizia. Chi non pagava o non spacciava, oppure voleva “parlare”, le prendeva. Anche in maniera pesante, come nei casi in cui al pronto soccorso del San Salvatore sono stati riscontrati traumi cranici o fratture. A essere finiti sotto accusa sono tutti giovanissimi, in maggioranza di origine straniera: il più giovane è nato nel 2006, il più anziano nel 2003. Quattro gli italiani finiti dei guai, tra i quali due nati all’Aquila, mentre gli altri nove ragazzi coinvolti sono originari di Kosovo, Moldavia, Albania o Bosnia, con sette che erano già domiciliati in comunità. Per cinque di questi la comunità era la stessa. Del collegio difensivo degli accusati fanno parte, tra gli altri, gli avvocati Mauro Ceci e Alessandra Spadolini.
le accuse
Nell’inchiesta sono coinvolti complessivamente trenta indagati. I 13 che ieri mattina hanno visto le forze dell’ordine alla propria porta si sono macchiati, a vario titolo, di atti persecutori, violenze, estorsioni, detenzione e spaccio di stupefacenti, risse. Hanno tra i 15 e i 19 anni: a loro si contestano reati commessi essenzialmente nel centro cittadino e in prossimità di alcune scuole dal gennaio 2021 e fino a qualche mese fa.
azione congiunta
I provvedimenti sono stati eseguiti dal personale del Nor del comando provinciale dei carabinieri dell’Aquila e della Squadra mobile della questura. Le misure cautelari sono state disposte dal giudice per le indagini preliminari del tribunale per i minorenni, su richiesta della Procura. A illustrare lo svolgimento e il risultato delle indagini sono stati, ieri mattina, nel comando provinciale dei carabinieri, il procuratore del tribunale per i minorenni David Mancini, il colonnello dei carabinieri Nicola Mirante e il questore Enrico De Simone.
le indagini
Importanti sono stati i sistemi di videosorveglianza, ma anche i cittadini. «Non c’è mai stata nessuna reticenza», sottolinea Mirante, «chiunque sia stato interpellato ha sempre interloquito con noi». Come aggiunge infatti il questore De Simone «molti reati sono stati commessi in presenza di altre persone, in centro». Probabile segno del senso di impunità di cui erano convinti di godere i ragazzi. L’attività investigativa è nata da «problematiche hanno destato allarme sociale», spiega il procuratore Mancini. «Questa è una risposta di presenza. Il controllo del territorio c’è. Dopo l’intervento repressivo l’obiettivo è la fuoriuscita di questi ragazzi dal circuito penale, la riabilitazione e il reinserimento in un circuito sociale sano». Il colonnello puntualizza: «La nostra azione è stata discreta, dopo terremoto e pandemia non potevamo restringere le libertà dei giovani, ma abbiamo seguito con attenzione episodi di bullismo, piccolo spaccio, vandalismo: siamo stati presenti con le pattuglie in strada, e con discrezione e riservatezza abbiamo seguito fenomeni fuori controllo. Senza fare sconti di fronte a fatti illeciti».
lo spaccio e le minacce
Botte, minacce, episodi di violenza nascono in linea di massima nel giro di spaccio allestito da quella che sembra essere un’organizzazione in erba, non ancora completamente strutturata, ma che comunque riconosce ad alcuni accusati un ruolo di leader. Qualcuno, infatti, non solo picchiava e spacciava, ma commissionava anche intimidazioni e ordinava di conservare piccole partite di droga. Solitamente hashish o marijuana, in sporadici casi cocaina. Non un grandissimo giro: di solito pochi grammi, al massimo qualche decina; i corrispettivi in denaro erano anche di soli 60, 20 o addirittura 5 euro. Le botte però erano consistenti: tra le vittime finite in pronto soccorso c’è chi ha avuto a che fare con un trauma cranico o una frattura. E le minacce non erano solo a mani nude, ma qualcuno si è trovato di fronte anche un coltello.
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