E i roiani rivogliono San Lorenzo delle Serre

ROIO. Il grido di dolore è partito da un post su Facebook dove un cittadino di Roio, Oreste Luciani, ha scritto: «Provo un senso di sofferenza nel vedere l’interno distrutto dal sisma dell’antichissi...
ROIO. Il grido di dolore è partito da un post su Facebook dove un cittadino di Roio, Oreste Luciani, ha scritto: «Provo un senso di sofferenza nel vedere l’interno distrutto dal sisma dell’antichissima abbazia di San Lorenzo delle Serre (nella foto) sull’omonimo colle nei pressi di Roio. Le sue origini risalgono al VII secolo con l’insediamento dei monaci equiziani e nei secoli successivi con la presenza di monaci francesi. Abbandonato nel XII secolo venne riattivato dal beato Bonanno eremita di Roio e abitato dai Celestini fino al XVII secolo, epoca in cui venne incorporato con beni e arredi dal monastero di Collemaggio. L’affresco sulla colonna dell’abside resta a testimoniare la figura di un papa benedicente”. Dell’antica abbazia ora rimane (si fa per dire) solo la chiesa, del resto si hanno pochissime tracce.
In una delibera Cipe (la 112) del 2017 furono stanziati 75.000 euro (stazione appaltante il segretariato regionale Mibact) per il consolidamento e il restauro. Finora però si è mosso pochissimo e la realtà è che uno dei luoghi celestiniani, a due passi dalla città (che si prepara al primo anno della Perdonanza targata Unesco), vive i suoi giorni peggiori, sventrato dal sisma e semi dimenticato. In realtà, i roiani quella chiesa ce l’hanno sempre nel cuore tanto che nell’agosto del 2011 fu inaugurata nelle vicinanze una piccola cappella. Così raccontò l’inaugurazione lo storico di Roio Fulgenzio Ciccozzi: «La realizzazione della piccola cappella (abbellita dalle opere pittoriche del defunto don Bruno Perilli), posta nei pressi di ciò che rimane della chiesetta di San Lorenzo, è uno dei primi pur se simbolici passi che la comunità roiana sta percorrendo nel lungo cammino della ricostruzione. Contesto, questo, in cui si inseriscono anche gli alunni della media Mazzini-Patini che hanno elaborato un piccolo progetto per il ripristino dell’antica muratura dell’edificio sacro. La donazione della casetta di legno è stata resa possibile grazie alla raccolta dei fondi pervenuti dalla vendita da un calendario su Roio, realizzato dai Cavalieri del Ringraziamento (associazione presieduta da Elvio Perilli) in collaborazione con i Falconieri dell’Aquila e del fotografo Marco Iacobucci». Ciccozzi, nel suo libro sulla storia di Roio, ha raccontato nel dettaglio le vicende del monastero e della chiesa di San Lorenzo. «A fianco alla chiesa», si legge nel libro, «nella parte Ovest, sorgeva il convento che assunse una forma rettangolare. Al lato posteriore la cinta muraria mostrava una piccola rientranza. Il sito del monastero occupava il piccolo pianoro tuttora visibile. Adiacente al perimetro laterale di destra, vi era collocato un pozzo. Tale cavità era di solito posizionata vicino al refettorio, luogo questo in cui i monaci consumavano i pasti. Il locale comunicava con la cucina attraverso un’apertura che serviva come passavivande. Accostato ai lati del monastero vi era il chiostro, punto di ritrovo, di lettura e di passaggio dei religiosi che permetteva loro di accedere agli altri ambienti del complesso conventuale. In quella zona vi si accedeva e si usciva da un unico passaggio. Accanto al chiostro vi erano le altre parti del monastero: il dormitorio, il guardaroba, la cantina, la cucina, la piccola sala capitolare, i locali per svolgere attività amanuensi e artigianali. Prendendo atto della carente e a volte fuorviante documentazione pervenuta», chiosa Ciccozzi, «non è possibile affermare con certezza se i religiosi che vissero in quel monastero appartenessero, sin dagli inizi, ai Celestini, ma, è altrettanto vero che questa congregazione vi professò a lungo vita cenobitica, certamente, nel XIV-XV secolo, periodo di forte espansione dell’ordine, fino al completo abbandono nel XVII secolo». Recuperare quella chiesetta, renderla accessibile e fruibile, sarebbe un bel segno per una città che di Celestino V fa una bandiera, che però spesso viene issata su costruzioni virtuali quando invece ci sarebbero molte cose vere e concrete da valorizzare. (g.p.)
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