Elezioni annullate, si decide il 24 maggio

Rocca di Mezzo, Di Ciccio rinuncia alla sospensiva e va nel merito. Nusca: escamotage processuale
ROCCA DI MEZZO. Il 24 maggio verrà decisa, una volta per tutte, la vicenda elettorale di Rocca di Mezzo. In quella data, infatti, si pronuncerà definitivamente il Consiglio di Stato che deciderà se rifare le elezioni o revocare la sentenza del Tar che aveva spodestato il sindaco Mauro Di Ciccio e la sua giunta dopo il ricorso presentato dal sindaco sconfitto Emilio Nusca. Il Tar, tra l’altro, ha anche inviato gli atti alla Procura della Repubblica.
Ieri le parti sono comparse, sempre davanti al Consiglio di Stato, per decidere sulla sospensiva, ma i ricorrenti, ovvero i legali di Di Ciccio, hanno ritirato la richiesta. Anche perché, a loro dire, il merito sarebbe stato discusso tra un anno e lo stesso presidente del collegio ha suggerito questa scelta. Insieme a Di Ciccio erano presenti anche il consigliere comunale Giovanni Cocciante e gli avvocati Vincenzo Cerulli Irelli e Carlo Benedetti. La controparte, invece, era rappresentata dagli avvocati Roberto Colagrande e Arturo Cancrini.
Secondo Benedetti è opportuno che un’amministrazione torni in sella prima possibile visto che il commissario prefettizio non può occuparsi di tutto; ci sono, all’orizzonte, cospicui fondi regionali da gestire e occorre ben organizzare la festa del Narciso e altre iniziative estive di rilievo. Queste considerazioni hanno indotto i rappresentanti dell’amministrazione uscente a cambiare registro. Sulla vicenda, però, irrompe Nusca con dichiarazioni molto forti. «Sono rimasto sorpreso», ha detto, «di leggere le dichiarazioni dei nostri avversari politici, a oggi controparti processuali. Ebbene, contrariamente a quanto riportato, la loro rinuncia alla sospensiva è frutto di una scientifica e consapevole scelta processuale, giacché nel nostro atto difensivo abbiamo smentito con puntuali riscontri l’asserita esistenza di un pregiudizio grave e irreparabile per l’attività amministrativa derivante dalla statuizione impugnata, oltre, peraltro, ad aver confutato le loro argomentazioni anche nel merito. Diversamente da quello che si vuole far intendere, tale atto di rinuncia non è un gesto d’amore verso la cittadinanza (peraltro egregiamente amministrata dal commissario Franca Santoro) ma un escamotage che ha evitato un’eventuale pronuncia, verosimilmente di rigetto, rispetto alla misura cautelare richiesta. Questa è la realtà dei fatti, pura e semplice, che cozza con chi affida ad altri rocambolesche ricostruzioni processuali tentando di nascondere un’altra sconfitta».
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