Elicotteri a Ortolano: sgomberata la frazione
Dopo 48 ore di isolamento per i sommersi dalla neve la salvezza arriva dal cielo Il più giovane viaggiatore è il piccolo Francesco, di 23 giorni. Manca il disperso
L’AQUILA. Un giorno ti dirò, piccolo Francesco che stringi i minuscoli pugnetti e chiudi gli occhi perché, sì, adesso è proprio il momento di farsi una bella dormita, di quella volta che fuori c’era tanta tanta neve e mamma ti ha portato sull’elicottero. Non certo per farti fare un giro di piacere, ma per salvarti. «Mamma Alessia piangeva più di lui», racconta nonno Franco Scipioni – seduto a un tavolino del bar Tropical – mentre la neve arrivava al balcone del primo piano, fuori non si vedeva nessuno, il vento tagliava la faccia. E le scosse crepavano i muri di una casa fatta con tanti sacrifici di nonno muratore e di suo padre, che comunque ha retto alla grande botta. Francesco Argentini entra di diritto nel Guinness dei primati per aver viaggiato in elicottero ad appena 23 giorni dalla sua nascita, avvenuta il 28 dicembre dell’anno appena passato, nell’ospedale di Teramo.
UN PAESE NELL’ELICOTTERO. Ortolano – poche case attaccate a serpentone attorno alla Statale 80, sotto quella montagna tanto bella, eppure talvolta così cattiva – è talmente piccola che puoi sgomberarla...in elicottero. L’ultimo lembo aquilano prima della discesa verso Teramo, terra di confine tra Campotosto (cui appartiene) e L’Aquila (alcuni edifici fanno parte, come catasto, del capoluogo regionale), da ieri è completamente vuoto. I 23 residenti, grazie a una task force di vigili del fuoco, carabinieri, finanzieri, Protezione civile e volontari, sono volati dal paesino all’aeroporto di Preturo. E da lì all’hotel Azzurro che li ha accolti provvisoriamente. In attesa che si sciolga la neve. E che le case mostrino i veri effetti del terremoto.
LA SALVEZZA DAL CIELO. Chissà quante volte, nelle ultime ore, le mamme e le nonne di questo minuscolo agglomerato di case avranno alzato lo sguardo verso quel cielo carico di nuvole invocando un aiuto. Mentre invece i padri e i figli, là fuori, si congelavano le mani a scavare, a soccorrere, a cercare, a chiamare in mezzo alla tormenta. Una ricerca non ancora conclusa.
MANCA ENRICO. Già, perché questa mini-comunità, che sbarca all’ora dell’aperitivo cenato nella città che prova a esorcizzare la paura del terremoto, non è ancora al completo. Anche ieri nessuna notizia di Enrico De Dominicis, cercato invano da alcuni compaesani e dal fratello Giocondo, che fa parte del gruppetto di persone trasferite provvisoriamente all’Aquila. L’uomo riceve un abbraccio da un energico barbuto con le ciaspole in mano. Si chiama Daniele Migliozzi, qui con moglie e cinque figli, e basta poco per accorgersi che è uno di quelli che si è dato più da fare, lassù.
«CI HO PROVATO». «Quella mattina», racconta Daniele, «il giorno del terremoto, quando ci siamo alzati abbiamo visto tantissima neve e nessuno è potuto andare a lavorare. Ce n’erano tre metri. Ho preso mia madre, e subito dopo ha fatto la prima scossa. Quindi sono salito da mio cugino. Quando ho visto che lì era tutto a posto volevo andare a casa di Enrico, ma la situazione era brutta. Ho detto: vado dopo, con le ciaspole. Mi ha chiamato una parente e mi ha detto: non si ritrova. Quando sono arrivato c’era mio cugino con la neve fino al collo e l’ho tirato fuori, così come il fratello del compaesano. Abbiamo scavato fino alle cinque e non ce l’ho fatta più. Ero tutto bagnato, le mani congelate e un dito che non muovo più».
CHI LI HA VISTI? «I soccorsi?», prosegue. «Non sono venuti. La cosa che mi è dispiaciuta è che abbiamo sentito in tv che il nostro amico era stato trovato, che erano venuti i soccorsi e le ricerche erano state sospese. E invece non è venuto nessuno. Così come non ci ha telefonato nessun amministratore. La verità va detta. Più di un ente di soccorso ha detto che le turbine stavano a 600 metri da Ortolano, ma non possono prenderci in giro così. Io stavo sul posto e non c’erano. Non lo dico per me, ma per i miei figli, per il neonato. Oltre alla slavina c’è un altro pericolo: può staccarsi una frana. Allora ho detto: terremoto, slavina, frana, io un’altra notte qui con i figli non ce la passo. Allora ho chiamato mio cugino e ho raccontato tutto a un poliziotto. Ho fatto di tutto per far venire l’elicottero. Quando mi hanno detto che non poteva atterrare ho risposto: usate il verricello ma non ci lasciate qui. Sono stati bravissimi: gente professionale, brava. E siamo tutti qui, tranne Enrico. Spero che sia vivo, là sotto. Oggi sono dovuto scappare», conclude, «ma io a Ortolano ci ritorno. Ho abitato 13 anni a San Nicolò ma poi sono risalito. Non lo cambierei con nessuno. La mia vita è lì».
«SIAMO SICURI?». Per stasera alla cena provvederà la mensa, viene comunicato agli ospiti. Menu a parte soltanto per il piccolo Francesco, con il giovane zio Diego che chiude con una domanda spiazzante: «Ma qui staremo davvero al sicuro?».
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