Ermal Meta e il suo legame con L’Aquila

Uno dei protagonisti di Sanremo a ottobre ha incontrato gli alunni incantandoli con voce e chitarra
di TIZIANA PASETTI
Chi sia davvero Ermal Meta non credo lo scopriremo mai. Per fortuna, aggiungo. Un vocabolario infinito. Una fantasia musicale instancabile e mai addomesticata ad un solo stile. Ermal Meta forse possiamo inquadrarlo così, noi che lo seguiamo non da adesso – non dal podio conquistato nella serata finale con “Vietato morire”, o dalla vittoria della terza sera, quella dedicata alle cover, quando con una versione maestosa (rubo l’aggettivo perfetto ad Alberto Dionisi, musicista e poeta, precursore naturale di talenti in tempi di successo ancora non sospetto) di “Amara terra mia” ha incantato tutti e fatto alzare in piedi l’intera sala stampa del Festival di Sanremo – ma dai tempi de “La Fame di Camilla”, gruppo indie rock fondato da Meta insieme a Giovanni Colatorti, Lele Diana e Dino Rubini e sciolto poi nel marzo del 2013 dopo la realizzazione di tre album straordinari: “L’attesa”, “Buio e luce” e “La fame di Camilla”.
Con “La Fame” Meta aveva già partecipato al Festival ma è nell’edizione dello scorso anno, sezione Giovani, che, con “Odio le favole”, non solo sale sul podio (si classifica terzo) ma comincia l’inarrestabile ascesa verso un successo di pubblico sempre più vasto e trasversale. Amatissimo dai giovani è apprezzato dalla critica e ricercato dai maggiori interpreti italiani: sue sono hit cantate da Renga, Mengoni, Emma, Patty Pravo.
Molti sono stati i brani tratti sia dall’esperienza condivisa con “La Fame che da Umano”, primo lavoro da solista uscito nel febbraio 2016, che l’autore (Meta cura il suo prodotto dalla A alla Z, testo, musica, arrangiamento) arrivato a 13 anni a Bari dall’Albania ha eseguito nell’ottobre scorso proprio qui all’Aquila, ospite della Fiera dell’editoria indipendente “Volta la Carta”. Tre giorni per parlare e riflettere con i giovani della città sul senso della migrazione e sulla funzione taumaturgica e costruttiva della musica. Prima all’auditorium del Parco (grazie alla fiducia che Massimo Cialente mi ha regalato a piene mani quando gli parlai del progetto invitandolo a condividerlo e ad adottare Meta come esempio e modello di perfetta inclusione sociale) con gli studenti delle classi superiori, poi alla cartiera del Vetojo con i ragazzi delle scuole medie, le note della sua chitarra e la voce camaleontica hanno appoggiato e accompagnato momenti di grande riflessione sui quali si gioca l’educazione civica ed emotiva degli uomini di domani: l’accoglienza verso chi deve abbandonare terre in crisi, la solitudine del giovane in relazione al gruppo di pari, il rapporto con i genitori, la tenacia che fa superare ostacoli e razzismi. Meta, accompagnato da Manuela Longhi (etichetta discografica Mescal), è arrivato nella nostra città per amicizia. Ricordo quando li accompagnai a fare una passeggiata in centro, la sera del loro arrivo. Non dicemmo neanche una parola, ci limitammo a camminare, guardare, osservarci. «C’è qualcosa che preferisci non dire, temi che non vuoi io tocchi, in questi giorni?» gli domandai. «Non mettermi ansia», mi ha risposto, «vediamo cosa viene». È venuto fuori che ha cantato e parlato e sottolineato e inci. tato e incoraggiato e accarezzato i nostri ragazzi senza mai tirare in ballo il suo album o aneddoti o progetti futuri o altro. Ermal si è messo da parte e si è regalato tutto. Ha regalato non un prodotto da commerciare ma il senso della musica, la sua chiave di lettura universale, lo sguardo amorevole di chi non ha dimenticato il proprio Paese e ha riconosciuto negli occhi di centinaia di giovani aquilani la stessa tensione, la stessa nostalgia. Alla tua Terra, Ermal, alla nostra, ricordiamolo, che è Vietato morire.
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