Ermal Meta, quando la musica riesce ad abbattere i confini

Il cantautore albanese incontra gli studenti aquilani Il legame tra gli sfollati della dittatura e del terremoto
di TIZIANA PASETTI
Mare dentro. Mare. Dentro. Comincia così la poesia di Ramòn Sampedro che diventò il simbolo del film che nel 2004 portò nei cinema di tutto il mondo il racconto della sua storia, del suo addio – e del suo benvenuto in una nuova forma – alla vita. Un mare accogliente in cui tornare a perdersi e nel quale ritrovare la costanza del primo attimo di vita, quella embrionale e dai suoni introversi, intimi, estatici. Il mare e il suono, le correnti e la musica, il viaggio e la melodia. Il mare dentro e quello desiderato, davanti a noi, un ponte verso la salvezza. Il mare dentro e quello alle nostre spalle, dopo un approdo che non vuol dire arrivo.
Mediterraneo, questo il tema portante dell'ultima edizione di Volta la Carta svoltasi a L’Aquila dal 6 al 9 ottobre. Un mare mitico e mistico, una strada liquida e trafficata, un luogo di paure notturne e di preghiere inghiottite insieme a lacrime povere di sale. Non erano esodi né migrazioni quelle di chi, cento e cento anni fa, partiva proprio da qui con navi e carte da interpretare sotto stelle benevole e materne. C’erano terre da conquistare, mondi da scoprire. C’erano guerre da masticare nelle attese di un tempo senza anticipo né immaginazione. Oggi si tocca terra con gli occhi bassi, quasi senza identità. Senza, ma alla ricerca di, pace.
Il mare di Ermal Meta, cantautore ospite della rassegna letteraria, è una distanza che collega la sua terra, l’Albania, alla sua nuova casa, l’Italia. Non è come essere francesi o americani, no. Essere albanese vuol dire – ancora – essere ospite bisognoso, vuol dire essere rude e ladro, vuol dire essere poco. Poco e niente. Far parte di un gruppo etnico in fuga da una dittatura, da un regime, non risparmia, nell’immaginario di chi si trastulla nella normalità di un lusso democratico dato per scontato, dalle definizioni estreme e denigratorie. L’Albania che Ermal vuole raccontare è quella che ama, quella che è essa stessa vittima di una parentesi storica nera: «È un paese bellissimo. Le mie radici sono lì». L’Albania che Ermal si porta dentro è un silenzio e un volgere di occhi dopo una domanda, è un accordo di chitarra che resta sospeso tra le sue dita, una rincorsa di tasti che imitano onde sulla superficie di un pianoforte, un fa maggiore per raccontare una malinconia.
Lasciare la propria casa è una ferita che conosciamo, siamo anche noi naviganti e migranti, non importa se via terra via mare o via cielo; il mare è una dimensione dell’anima, è mare sempre anche se di pietra, anche se vertigine, anche se cicatrice, onda aperta, crepa. Il 6 aprile è stato un naufragio titanico, ci ha insegnato la dignità della fuga, il pudore della nudità, ci ha portati con la mente e con il cuore accanto a chi si ritrova ad essere l’ultimo della terra: migrante, profugo, rifugiato.
Sfollato. Quanto abbiamo odiato la retorica di chi ci sbatteva una telecamera in faccia e ci chiedeva di sorridere e rac. contare cosa e chi avevamo lasciato sotto le macerie? Quante volte abbiamo lasciato che a parlare per noi fosse solo il nostro silenzio, quella voce che si ingarbugliava tra nostalgia e dolore? Ci siamo capiti, tra silenzi che dicono, Ermal e noi.
La musica crea infiniti, edifica esistenze, ritaglia piccoli mondi antichi dove l’unica lingua è un suono comprensibile in questa e in quella latitudine, un incontro, Nostos.
E con tanta musica e poche ma roboanti anche se pacate parole Ermal Meta ha accarezzato i tanti ragazzi che lo hanno ascoltato all’auditorium del Parco e alla Cartiera del Vetojo; la musica, balsamo per lenire ferite, addolcire lontananze, dare consistenza a sogni. Nell’attesa – in un cuore, in un abbraccio, in una casa – di tornare.
*(giornalista)
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