Famiglia del bosco, l’ordinanza: «Così Catherine spaventa i figli e crea in loro false speranze»

2 Settembre 2026

I giudici: «La madre dice che è pericoloso andare al mare e bere l’acqua dalle bottigliette di plastica». Ecco tutti i dettagli 

L’AQUILA. «Il timore dei genitori di perdere il controllo ideologico dei figli a causa del confronto di questi con gli altri resta l’ostacolo principale». La frase chiave con cui i giudici dicono no all’immediato ricongiungimento della famiglia del bosco è alla penultima delle 17 pagine dell’ordinanza firmata dalla presidente (uscente) Cecilia Angrisano. È sempre l’educazione il nodo primario, perché – a fronte della decisione di mandare i piccoli in una scuola pubblica, «preferenza espressa sia dai minori che da tutte le figure coinvolte nel procedimento» – mamma Catherine Birmingham e papà Nathan Trevallion continuano a chiedere di recuperare «il potere di decidere sull’istruzione dei figli» e di avviare «un percorso domiciliare con il supporto di due docenti, con l’obiettivo di coinvolgere e integrare altre famiglie a loro amiche del territorio di Vasto». I tre fratellini, dunque, per almeno un paio di mesi continueranno a vivere nella comunità protetta di Vasto. Già da subito, però, il tribunale per i minorenni dell’Aquila autorizza gli incontri protetti non solo più in spazi neutri, ma anche nella nuova abitazione, messa a disposizione dal Comune di Palmoli, e nel casolare immerso nella natura.

Lì, in quel rudere inizialmente definito «fatiscente», da cui i piccoli sono stati portati via lo scorso 20 novembre, i due gemellini di sette anni e la sorella di nove potranno esaudire il primo loro desiderio: riabbracciare gli animali. Se il percorso di sostegno genitoriale «proseguirà positivamente», il Servizio sociale darà il via libera a «rientri senza pernotto di maggior durata», alla presenza dell’educatore. Solo in un secondo momento, «dopo almeno un mese di regolare frequenza scolastica», si valuterà l’opportunità di farli tornare a casa di mamma e papà nel weekend. Ma ciò non accadrà prima di novembre, considerando che è stato fissato al 30 ottobre il termine ultimo per presentare memorie, mentre il 16 è attesa la relazione di aggiornamento degli assistenti sociali. Il provvedimento, datato 30 luglio e notificato ieri, non può soddisfare l’avvocato Simone Pillon, difensore della coppia anglo-australiana, che presenterà reclamo in Corte d’appello.

Al momento, secondo i giudici, è «incompiuto il percorso psicoeducativo diretto al recupero delle competenze genitoriali». Catherine e Nathan hanno mostrato «determinazione nell’intento di preservare i figli dai condizionamenti che deriverebbero loro dalla interazione con minori e adulti che non seguono e non attuano i principi sui quali basano le loro scelte di vita». I magistrati tornano a bocciare il comportamento di Catherine. Nella relazione della casa famiglia dello scorso 8 giugno è descritto l’andamento dei primi incontri protetti e delle videochiamate con la madre. Nel documento «è riportato come la donna continuasse ad appellare gli operatori della struttura come “quelle cattive persone”, incalzando la gemellina su cosa le facessero fare le educatrici e se la mettessero in pericolo, se le davano farmaci per farla addormentare o se la costringevano a fare cose che lei non voleva, evenienze sulle quali la bambina ha replicato rassicurando la madre senza tentennamenti». In un’altra relazione, arrivata a distanza di dieci giorni, gli educatori «segnalano il protrarsi del disappunto della madre per le modalità di svolgimento degli incontri e le eccessive preoccupazioni inculcate nei figli dopo aver notato il loro entusiasmo per il mare, definito dalla stessa pericoloso e correlato a eccessive preoccupazioni legate all’esposizione al sole, all’utilizzo della crema protettiva e alle bottigliette di plastica dove bere acqua».

Viene sottolineata, inoltre, la tendenza dei genitori «a coinvolgere i figli in dinamiche molto complesse e relative alla situazione giudiziaria, esponendoli a carichi emotivi non adeguati alla loro età». Dinamica che, per i giudici, sembra persistere da quanto riportato nella successiva relazione del 20 luglio, «in cui i genitori continuano a mostrare libri contenenti raccolta di firme per la loro riunione e messaggi di vicinanza e supporto da parte di persone estranee, rafforzati dagli stessi genitori con frasi del tipo “siate forti, vi riporterò presto a casa” oppure “ci scrivono da tutto il mondo, tutti ci manifestano affetto e vogliono che torniamo presto a casa sani e salvi”, provocando reazione diverse e ambivalenti nei bambini e creando in loro illusioni e false aspettative sulle tempistiche e modalità di svolgimento e conclusione del percorso intrapreso». Non vengono segnalati neppure «cambiamenti rispetto alla tendenza della madre nel denigrare l’operato degli educatori»: chiede che questi siano allontanati «durante gli incontri protetti, nonostante le fosse già stato chiesto in più occasioni di evitare tali atteggiamenti e pretese in presenza dei figli». Il risultato? Condiziona «inequivocabilmente l’atteggiamento e il comportamento dei bambini nei confronti di persone con le quali hanno instaurato in questi mesi un rapporto fatto di fiducia e vicinanza affettiva».

Alla luce di queste relazioni, per il tribunale, «appare evidente come ancora non emerga un quadro certo e un’oggettiva flessibilità mentale acquisita che possa confermare il raggiungimento di un effettivo cambiamento educativo da parte dei genitori, che vada a giustificare l’urgente richiesta di un immediato ricongiungimento familiare come unica strada percorribile per i benessere dei minori». Benessere che invece «può essere preservato e potenziato con un progressivo riavvicinamento del nucleo familiare, che vada da un lato a monitorare con continuità i progressi della coppia genitoriale e dell’effettivo percorso di cambiamento e miglioramento, e dall’altro ad assicurare un avvio sereno e una frequentazione continuativa del percorso di istruzione presso un istituto pubblico». I giudici sono convinti che questa sia la strada «per andare incontro e prevenire qualsiasi difficoltà della coppia e dare loro tempi e modi adeguati per il ricongiungimento»: gli stessi Catherine e Nathan, è scritto nel provvedimento, «dichiarano di aver timore di non saper come gestire emotivamente questa fase di trasformazione e cambiamento». Per il tribunale, dunque, solo così si potranno raggiungere due obiettivi. Il primo: prevenire «l’eventuale e inconsapevole reiterazione dei comportamenti» all’origine dell’intervento degli assistenti sociali. Il secondo: monitorare «gradualmente il percorso di ricostruzione del nucleo familiare e mettere in atto tempestive correzioni qualora ci fossero necessità o criticità emergenti».

Il problema educativo, insistono i magistrati, «non concerne principi e regole di vita, ma il metodo scelto dai genitori consistente nell’impedimento della conoscenza di consuetudini di vita alternative. Come ben evidenziato dai contenuti e dalle modalità del dialogo della madre sui temi riguardanti il rapporto tra i figli e l’ambiente comunitario, le reazioni che si cerca di indurre nei bambini sono, ancor più che di ripulsa o ribrezzo, di ansia e paura». E ancora: «Se lo stile di vita paleorurale dei genitori appare assimilabile a quello di certe comunità anabattiste, il dato differenziale è costituito proprio dalla limitazione della libertà di scelta, laddove il fondamento delle comunità amish, che uniforma ogni condotta alla propria fede, è proprio la libertà di scelta religiosa dei figli». La controversia sulla scuola pubblica, quindi, si fonda non tanto «sui temi o sul programma didattico, quanto sul condizionamento che ai minori potrebbe derivare dalla prolungata frequentazione di coetanei».

A questo punto, il tribunale rinvia «la valutazione sull’opportunità di liberalizzare e ampliare la frequentazione tra i minori e la coppia genitoriale all’esito dello stabile inserimento dei minori nelle classi dopo l’inizio dell’anno scolastico, in modo da non turbare l’adattamento dei bambini alla nuova situazione e non alterare con paure e potenziali sensi di colpi nei confronti dei genitori il naturale avvio delle relazioni con i compagni di scuola e con i docenti». Non appare tuttavia pregiudizievole «un ampliamento, seppur contenuto, della frequentazione dei genitori presso la loro attuale abitazione, nonché, in conformità del desiderio espresso dai bambini, delle pertinenze dell’abitazione originaria o dei luoghi in cui sono comunque custoditi i loro animali». Ma sul ricongiungimento definitivo della famiglia del bosco continua a pendere un gigantesco punto interrogativo.

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