Fotografo morto, il pm archivia

Non ravvisate colpe per i medici che ebbero in cura Di Tana. I legali si oppongono
CELANO. Il sostituto procuratore Elisabetta Labanti chiede l’archiviazione dell’inchiesta relativa alla morte di Vittorio Di Tana, l’83enne fotografo di Celano deceduto alla fine di ottobre dell’anno scorso all’ospedale di Avezzano, a dieci giorni dal ricovero nel reparto di malattie infettive perché positivo al Covid19. L’indagine – contro ignoti, per omicidio colposo e lesioni personali – era scattata in seguito alla denuncia di un familiare dell’uomo.
Secondo il pm, all’esito degli accertamenti svolti dai consulenti , «venivano esclusi profili di colpa grave a carico dei medici che avevano avuto in cura il paziente». Sempre secondo il pm «la condotta omissiva (mancanza di una tac, ndr) non risulta aver inciso sull’esito infausto, che si sarebbe dunque verificato ugualmente». Rispetto ad altre censure del personale sanitario evidenziate dai familiari nella querela, in merito all’assistenza del paziente e alle comunicazioni con la famiglia, il pm sottolinea che «basta osservare che i comportamenti descritti appaiono giustificati dalle difficoltà legate alla complessa gestione dell’emergenza Covid19 e dalle particolari condizioni cliniche di Di Tana e in ogni caso non risultano censurabili sotto il profilo penale».
Da qui la richiesta al gip affinché si proceda all’archiviazione. I legali della famiglia Di Tana, gli avvocati Franco Colucci e Lucio Cotturone, preannunciano un’opposizione all’archiviazione. «La consulenza evidenzia comunque una imperizia correlata al decesso», sottolinea l’avvocato Cotturone, «Di Tana era entrato in ospedale in uno stato non grave, non era stata applicata la procedura per i pazienti Covid e non era stata eseguita la tac polmonare che avrebbe potuto valutare l’estensione della polmonite, così da adottare un piano terapeutico adeguato come da linee guida. Chiederemo un supplemento d’indagine». (r.rs.)

