Franco, ucciso a sedici anni per una falsa accusa tedesca

Soldato morto per fuoco amico, gli occupanti presero il giovane come capro espiatorio Lo studente Gambacurta in vacanza dallo zio a Filetto implorò i carnefici, ma fu trucidato
FILETTO. Quando si accorse che lo volevano uccidere si gettò a terra e si aggrappò alle gambe del militare tedesco che gli aveva puntato il fucile in faccia. Chiese perdono e pietà gridando a più non posso. Un altro soldato con un calcio lo fece rotolare allontanandolo dal commilitone, un terzo soldato gli puntò il fucile alla testa. Due colpi. La materia cerebrale schizzò via. Rimase a terra, immobile. Aveva appena 16 anni. Si chiamava Franco Gambacurta. Erano le 10 del 25 settembre 1943. La sua famiglia, originaria di Filetto, viveva a Roma, quartiere San Lorenzo. Il ragazzo era stato mandato in Abruzzo, a stare con lo zio, per metterlo al riparo dai bombardamenti degli Alleati che sin dal luglio 1943 avevano colpito la capitale facendo centinaia di vittime e danni a non finire. La storia di Gambacurta a Filetto è nota, se ne sono occupati storici (Walter Cavalieri) e appassionati di memorie locali (Giovanni Altobelli). Gran parte delle ricostruzioni si sono basate sul rapporto dei carabinieri di Paganica (rintracciato tra le carte della prefettura) e su testimonianze orali.
LA NOVITà
Ora, dal faldone della vergogna, nascosto per decenni in un locale del tribunale dell’Aquila, è riemerso anche il fascicolo completo con le indagini e le testimonianze raccolte a caldo. I carabinieri ricostruirono la vicenda nel dettaglio senza però mai indicare gli uomini del reparto dell’esercito tedesco (all’epoca ben noti) che aveva ucciso quel ragazzo innocente. E in questo caso “innocente” non è un modo di dire. Gambacurta fu accusato di avere con sé una pistola (mai trovata) e soprattutto di avere ucciso un soldato tedesco impegnato con altri in un rastrellamento, che aveva l’obiettivo di scovare militari inglesi che si pensava fossero rifugiati nei boschi del Gran Sasso. Ma la vicenda, come emerge dalle carte spuntate dalla polvere della storia, è ben diversa. A uccidere il tedesco fu il “fuoco amico” e per giustificare “l’errore” si accusò il ragazzo fermato insieme a 4 compaesani. Ecco come i quattro raccontarono ai carabinieri i fatti a cui avevano assistito.
GLI SCAMPATI
«Noi sottoscritti Dino Donati, Antonio Cupillari, Leardino Massari, Pietro Battistella, verso le 10 di ieri 25 settembre», si legge nel verbale, «ci accorgemmo di una pattuglia di soldati tedeschi che veniva verso la frazione (Filetto, ndr). Impauriti scappammo insieme al giovane Franco Gambacurta. Alcuni soldati tedeschi se ne accorsero e ci corsero dietro aprendo il fuoco dietro di noi. Tuttavia riuscimmo a fuggire. Giunti in località Fugnetto ci venne davanti un’altra pattuglia tedesca la quale con i fucili spianati ci fermò. Noi sempre più impauriti ci buttammo ai loro piedi chiedendo perdono ma essi ci maltrattarono prendendoci a calci e decisero di condurci ad Assergi. Lungo la strada, giunti in località Capo La Forca (nome terribilmente evocativo, ndr) i tedeschi preso il giovane Gambacurta lo portarono poco lontano con evidente intenzione di ucciderlo. Il giovane, accortosi della loro intenzione, si strinse alle gambe di un soldato tedesco chiedendo perdono, ma un altro soldato gli diede uno spintone facendolo staccare mentre un terzo soldato tedesco con il fucile mitragliatore lo rendeva cadavere. I tedeschi avevano con loro anche un grosso cane che dopo il fatto si avventò contro il corpo senza vita. Dopo di ciò i soldati ci hanno condotto ad Assergi dov’era un ufficiale tedesco il quale, dopo averci chiesto se conoscevamo il giovane italiano ucciso, alla nostra risposta affermativa ci lasciava andare. Noi non abbiamo visto il soldato tedesco morto. I tedeschi al momento dell’uccisione del giovane Gambacurta dissero anche che lo dovevano uccidere perché da lontano col binocolo avevano visto che aveva in mano una pistola e sospettavano che avesse potuto uccidere il tedesco. Noi dichiariamo di non aver visto alcuna pistola nelle mani o indosso a Gambacurta». Un altro testimone chiarisce ancora di più l’accaduto.
TESTIMONE OCULARE
Ecco il verbale contenuto nel fascicolo. «Testimonianza di Mario Cupillari di Filetto di 43 anni: verso le 10 del 25 settembre 1943 mentre mi trovavo in località Schiazzetto – sita in collina e distante circa 2 km da Filetto – a pascolare le mucche dei contadini, a un certo punto ho visto che un militare germanico in divisa correva in senso orizzontale sulla sommità della collina di fronte a quella dov’ero io, denominata la Rolle, a meno di un km distante da me. Verso la metà della collina vi era un altro militare germanico che accortosi della presenza in alto di uno che correva gli gridò qualcosa, io sentii un “Ohé”, e senza far trascorrere neppure un minuto, visto che l’altro non si era fermato evidentemente perché non aveva udito, gli tirò due colpi di fucile. Ho visto benissimo che al secondo colpo esploso il militare che era sulla collina si adagiò per terra come se si fosse messo a sedere senza più muoversi. Il militare che aveva fatto fuoco sull’altro, si rese conto di aver colpito il fuggitivo ed esplose in aria un razzo per segnalazione e poi corse subito verso il caduto. Poco dopo corsero pure altri 5 o 6 militari germanici. Ho visto che dopo di ciò due militari rimanevano vicino al caduto mentre gli altri si sparsero a perlustrare la collina come chi cerca qualcuno. Io ho lasciato le mucche e mi sono recato a Filetto, dove ho appreso che i militari germanici che vi erano già giunti dicevano alla popolazione che un italiano aveva ucciso un tedesco. A domanda rispondo che al momento del fatto nelle vicinanze non vi era alcuna persona oltre il soldato tedesco».
IL VERBALE DEI CARABINIERI
I carabinieri, sentiti i testi, fanno la sintesi dell’accaduto. Ecco alcuni passaggi del verbale. «Verso le 22 del 25 settembre 1943 questo comando è stato informato dal delegato di Filetto di Camarda, Amilcare Palumbo, che verso le 10 dello stesso giorno era stato ucciso con una raffica di fucile mitragliatore in località Capo La Forca a opera di militari germanici il giovane Franco Gambacurta di Luigi e di Giuseppina Torrani nato a Roma il 21 luglio 1927, studente, e abitante dallo zio Vito Gambacurta a Filetto. Il brigadiere Francesco Uliano unitamente ai carabinieri Benedetto Placidi e Giuseppe Marini si recarono subito sul posto. Dalle indagini esperite risulta che verso le 9 del 25 settembre una pattuglia di militari germanici composta di 20 uomini si era recata su due camion nelle vicinanze di Filetto per un servizio di rastrellamento sul monte circostante al fine di catturare prigionieri inglesi. I militari eseguivano il rastrellamento dividendosi in gruppetti di due o tre e molti di essi agivano anche isolatamente. Verso le 10 circa mentre in località La Rolle un militare germanico– trovandosi sulla sommità del monte – andava ad andatura spedita evidentemente perché aveva visto qualche cosa che potesse interessargli, un altro militare germanico che si trovava a mezza costa del monte probabilmente scambiava il primo militare per un prigioniero inglese e dopo avergli gridato qualcosa subito gli esplose contro due colpi di moschetto e al secondo colpo il soldato rimaneva ucciso». C’è poi il racconto della cattura dei 5 giovani di Filetto e dell’uccisione di Gambacurta e infine nel verbale si legge: «Il signor Amilcare Palumbo fu Giuseppe, delegato podestarile di Filetto venuto a conoscenza che in località Capo La Forca era rimasto ucciso e abbandonato il giovane Franco Gambacurta, insieme alla popolazione della frazione si recava sul posto con un asino e caricato il cadavere sulla bestia lo faceva trasportare in paese e poi adagiare nella chiesa parrocchiale. Interrogato Luigi Cupillari, 37 anni di Filetto, al fine di stabilire se il militare pure deceduto era di nazionalità germanica il medesimo ha dichiarato di essere stato chiamato da militari tedeschi per recarsi con loro con un asino per caricare un cadavere. Il Cupillari in tale operazione poté vedere solo una scarpa del defunto (il resto era dentro alcune coperte, ndr) e notò che al tacco vi era un ferro circolare come usano portare i soldati germanici. Fatto esaminare il defunto Gambacurta dal dottor Moscardi, medico condotto di Camarda, veniva riscontrata una ferita da arma da fuoco nella regione frontale con frattura dell’osso frontale e fuoriuscita della massa cerebrale giudicando che la morte sia stata dovuta esclusivamente a detta lesione».
IL FALDONE DELLA VERGOGNA
L’indagine venne riaperta dalla Procura nel 1950 e richiusa subito. A maggio 1951, insieme ad altre stragi ed eccidi, tutto finì nel dimenticatoio con una sentenza di “non doversi procedere per essere rimasti sconosciuti gli autori del reato”. In memoria del giovane nel 2013 fu posta una targa nel luogo della sua morte da parte di “chi non dimentica”.
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