Frazioni da ricostruire, raffica di ricorsi

7 Luglio 2019

Cinque associazioni e la Soprintendenza contro la delibera del consiglio comunale: «Così centri storici non tutelati»

L’AQUILA. Paganica, Assergi, Roio, Tempera e le altre frazioni come Martinsicuro o Montesilvano. Contro la possibilità che gli impianti urbanistico, architettonico e storico artistico dei borghi che compongono L’Aquila vengano stravolti e perdano la loro antica forma urbana (il prospetto, la tipologia edilizia e urbana, i materiali e le tecniche costruttive) trasformandosi in moderni aggregati senza regole, si mobilitano nelle sedi giudiziarie 5 associazioni aquilane e regionali e la Soprintendenza dell’Aquila.
Nel mirino la delibera 42 del 2019, voluta dall’assessore comunale all’Urbanistica Daniele Ferella, contro la quale promettono battaglia Italia nostra, l'Istituto nazionale di urbanistica sezione Abruzzo e Molise, Archeoclub L’Aquila, Legambiente beni culturali Abruzzo, Pro natura L’Aquila, con una diffida consegnata venerdì scorso al Tribunale civile dell’Aquila.
E insieme a loro, la Soprintendenza dell’Aquila e del cratere sismico, diretta da Alessandra Vittorini, con un ricorso già depositato nelle scorse settimane al Tar e di cui sono informati i diretti interessati: il sindaco Pierluigi Biondi, l’assessore Ferella, il presidente del Consiglio comunale Roberto Tinari, il dirigente dell'Urbanistica Domenico de Nardis e la segretaria generale Alessandra Macrì.
LA DELIBERA CONTESTATA. Ad essere contestata è la delibera 42 del 2019 approvata dal consiglio comunale l’11 aprile scorso, che consente nuove norme tecniche d’attuazione in variante al Piano regolatore generale per i centri storici del Comune, adottando nuove misure per la ricostruzione e le demolizioni degli aggregati storici. Facendo un passo indietro, con una delibera approvata dalla passata consigliatura nel 2016 si era cercato di salvaguardare, nell’ambito della ricostruzione, gli edifici d’interesse storico, eliminando ad esempio il premio di cubatura previsto dal Prg nei centri storici delle frazioni: quel testo per esempio vietava la demolizione degli edifici realizzati fino al 1930 e il loro recupero era incentivato con un aumento del contributo da parte dell’Usra per interventi più accurati di recupero storico.
Con la variante di aprile, invece, quella data scende al 1860 (si perde il patrimonio edilizio dall’Unità d'Italia a oggi, denunciano le associazioni) e si rende più flessibile la possibilità di demolire, stravolgendo, se vi si facesse un massiccio ricorso, il volto urbano storico e caratteristico delle frazioni.
Nel mirino, inoltre, la previsione di un premio di cubatura fino al 10 per cento e «la non tutela della forma urbana, della forma degli aggregati e degli spazi pubblici di piazze e strade, tutto stralciato dalla delibera». Per cui, denunciano le associazioni, «con un colpo di spugna si rischia di perdere l’antica matrice romana e medievale: un millennio di testimonianza in fumo».
I RICORSI. Tutti elementi su cui fanno leva i ricorrenti con i ricorsi preparati dai loro legali. Nella diffida le associazioni insistono, in particolare, «sull’iter illegittimo dell’approvazione della delibera, in quanto il testo approvato in consiglio comunale l’11 aprile non sarebbe lo stesso verificato in Commissione pareri e Conferenza dei servizi e approvato dalla Asl e dalla Provincia alcuni mesi prima, come già sottolineato in consiglio comunale dal capogruppo del Pd Stefano Palumbo. Tra i motivi del ricorso del Mibac ci sono «gravi difformità» e il danno che subirebbe il patrimonio storico e architettonico delle frazioni.
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