Genitori con i bambini al seguito: rivogliamo la scuola in presenza 

All’Emiciclo manifestazione del comitato locale dell’Aquila e Avezzano contro la didattica a distanza Le problematiche delle famiglie al centro della mobilitazione. Nel mirino le ordinanze restrittive

L’AQUILA. Zaini e cartelle, grembiuli a terra, quaderni e astucci sistemati sul piazzale dell’Emiciclo. Tanti cartoni bianchi con scritte “Mai più dad”, “Dimenticati a distanza”, oppure “Casa nostra non è una scuola”. L’Aquila risponde così alla mobilitazione organizzata dalla rete nazionale per la didattica in presenza. Toni pacifici, mascherine e distanziamento, decine di manifestanti hanno scelto di ritrovarsi davanti alla sede regionale, anche in risposta alle ordinanze del presidente Marsilio numero 11, 13 e 15/2021 che hanno determinato la sospensione della didattica in presenza, dalla primaria alle scuole superiori, in tutte e quattro le province indistintamente.
LE VOCI. «Non capiamo questa scelta, specie nell’Aquilano», valuta Roberta Valerio, 38 anni, mamma di una bambina in terza elementare. «La nostra regione è arancione e ancora una volta si è autoimposta una misura più restrittiva di quella richiesta dai decreti nazionali. Bisognerebbe mettere meno limitazioni e investire su cure domiciliari». Una mobilitazione coordinata da un comitato spontaneo di genitori, insegnanti e studenti “Scuola in presenza” dell’Aquila e Avezzano. Lo stesso comitato ha presentato il ricorso al Tar Abruzzo contro le ordinanze del presidente della Regione numero 11, 13 e 15/2021 che hanno determinato la sospensione della didattica in presenza, dalla primaria alle scuole di secondo grado. «Detto potere», spiega il Comitato, «sarebbe riservato solo a casi eccezionali e imprevedibili, nonché limitato alle situazioni che non siano state già apprezzate e amministrate dall’autorità governativa». I manifestanti spiegano che la scuola è anche un sistema di relazioni a cui giovani e giovanissimi non devono rinunciare. Si mette l’accento anche sulla qualità dell’insegnamento e sull’enorme dispersione scolastica. «Non tutti hanno la possibilità di avere computer, tablet e connessione», spiega Claudia Roselli, madre e insegnante alla scuola dell’infanzia di Ocre. Talvolta, per poter andare al lavoro siamo costretti a “parcheggiare” i nostri figli a casa di un compagnetto. Riuscirò a mandare mia figlia in presenza grazie alle norme sull’inclusione che prevedono la possibilità per pochi alunni di affiancare quelli che, avendo bisogni educativi speciali, conservano il diritto di andare a scuola». Inclusione che però è ancora una chimera per molti. «Il primo lockdown è stato un disastro per mia figlia che fa la terza media», spiega Paolo Arrigoni. «Adesso lei è ammessa in presenza, ma costretta a lavorare da sola, con il resto della classe in dad».
I RISCHI. Ma le ragioni non sono solo didattiche. Già primario della Medicina del lavoro, Maria Fioravanti avverte dei rischi per bambini e ragazzi dovuti alla prolungata esposizione agli schermi. «In pochi pensano ai danni oculari, così come ai danni alla cervicale accentuati dai problemi posturali relativi al lavoro davanti ai videoterminale. Peraltro», aggiunge, «sono state riscontrate patologie oculari importanti come il glaucoma». Nessuno dei partecipanti sembra negare la necessità di misure di prevenzione anti-Covid. «Ma a rimetterci», spiegano, «non possono essere sempre i più giovani. Peraltro talvolta si agisce con forti regole impattanti, come se per curare un’unghia incarnita ci si amputasse un braccio». Alla protesta non mancano insegnanti delle scuole secondarie, come Alessandra Giorgi. «Si è investito molto sugli organici, ma ora, senza la scuola in presenza, anche molti insegnanti precari sono a casa». «La presenza a scuola è fondamentale», spiega Adele Ciccani. «Il mio bambino fa la prima e sta perdendo molti insegnamenti preziosi». Dello stesso parere Fabrizio Schilirò che ha le figlie alla primaria e alle medie. «Io non posso seguire la dad per lavoro e mia moglie deve occuparsi di tutto e non è facile».
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