Genitori e figlia avvelenati dai funghi

12 Ottobre 2016

Si fidano del regalo di un amico e finiscono in ospedale dopo la cena. La direttrice dell’Arta: «Diffidare del fai da te»

INTRODACQUA. Madre, padre e figlia finiscono in ospedale dopo una cena a base di funghi. Avvelenati dalla Clitocybe nebularis – specie conosciuta in diverse zone dell’Abruzzo come Orcella e in altre parti d’Italia come Nebbione – regalata da un amico. I tre, residenti a Introdacqua, si sono presentati al pronto soccorso dell’ospedale di Sulmona un’ora e mezza dopo aver consumato il pasto. Stavano male e a stento si reggevano in piedi. I coniugi e la giovane hanno raccontato di aver mangiato funghi. Con loro anche un altro figlio che però non ha accusato sintomi di alcun tipo. Dopo una notte sotto osservazione e diverse flebo le condizioni di salute dei tre sono migliorate. I residui di funghi consumati sono stati inviati dal Servizio igiene alimenti e nutrizione della Asl al Centro micologico dell’Arta Abruzzo, che ha sede nel distretto provinciale dell’Aquila e che si occupa delle intossicazioni fungine.

Nei laboratori del Centro micologico sono state eseguite le analisi volte ad evidenziare la tossicità delle specie raccolte e consumate. È così emerso che l’avvelenamento è stato causato dalla Clitocybe nebularis. Si tratta di un fungo che non rientra nell’elenco delle specie ammesse al consumo da parte del ministero della Salute, anche se veniva consumato impunemente fino a qualche anno fa.

«Recenti studi, basati su una nutrita casistica, rivelano la sua tossicità o quanto meno una sua scarsa tollerabilità da parte di persone a maggiore sensibilità individuale e nei casi di consumo ripetuto che può provocare fenomeni di bioaccumulo», sottolinea Giacomo Attili, micologo dell’Arta, «il micelio di questa specie, inoltre, raccoglie sporcizia ed è un accumulatore di metalli pesanti».

Quanto accaduto riporta l’attenzione sulla pericolosità dei funghi. Quello di Introdacqua è il secondo caso di avvelenamento in meno di tre settimane in provincia dell’Aquila. A Castellafiume, infatti, un 55enne si è sentito male dopo aver consumato la Clitocybe olearia o fungo dell’olivo.

«Le raccomandazioni, troppo spesso ignorate, non sono mai abbastanza», sottolinea Virginia Lena, direttrice del distretto provinciale dell’Arta, «non hanno alcun significato le prove di tossicità fatte in casa né quelle fatte sugli animali: l’unica certezza sulla commestibilità viene solo dalla conoscenza. È necessario quindi far controllare i funghi raccolti negli ispettorati micologici dei dipartimenti di igiene delle Asl ed evitare il fai da te».

Ma qui c’è la nota dolente. I controlli della Asl sono previsti all’Aquila e appena una volta a settimana ad Avezzano. A Sulmona e nel circondario non esiste alcun centro di verifica.

©RIPRODUZIONE RISERVATA