Giallo sull’ultima lettera di Messina Denaro

Le autorità bloccarono la missiva scritta mentre era rinchiuso nel supercarcere in regime di 41bis, era destinata a un familiare
L’AQUILA. Contiene forse il testamento del superboss. Oppure, chissà, un messaggio in codice per chi ha ereditato le redini di Cosa Nostra, per chi lo ha coperto in tanti anni di latitanza o per i suoi nemici. Oppure non è altro che un ultimo saluto ai propri cari da parte di un uomo malato terminale. Magari alla sua amante, Laura Bonafede, in quei giorni ancora a piede libero, prima di essere arrestata. È impossibile conoscere il contenuto dell’ultima lettera di Matteo Messina Denaro, che il superboss della mafia ha scritto di proprio pugno tra la fine di marzo e gli inizi di aprile scorso dalla sua cella nel carcere delle Costarelle di Preturo, all’Aquila, dove era detenuto dalla cattura – avvenuta il 16 gennaio scorso – in regime di 41 bis. Tutto è secretato, nessuno può parlarne.
Quello che però sappiamo con certezza è che la lettera non superò i rigidissimi controlli del carcere duro a cui Messina Denaro era sottoposto. Le autorità la intercettarono e ne bloccarono l’invio, mentre il Tribunale di sorveglianza dell’Aquila, con una ordinanza datata 4 aprile, respinse il “reclamo contro il mancato inoltro della missiva” avanzato dallo stesso Messina Denaro. E lo sappiamo perché a mettere nero su bianco la vicenda, fornendo però pochissimi dettagli, è una sentenza – questa pubblica – della Corte di Cassazione, a cui lo stesso Messina Denaro si appellò. «Nell’unico motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, censurando la genericità delle ragioni del trattenimento e prospettando la lesione dei suoi diritti fondamentali», si legge nel pronunciamento della Corte in merito al ricorso di Messina Denaro. La malattia del boss – il cancro al colon – nei mesi successivi lo costrinse a ricorrere più volte ai reparti dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Fino all’ultimo ricovero, quello dell’8 agosto, e poi il coma irreversibile un mese e mezzo dopo. E la morte il 26 settembre, avvenuta prima che i giudici potessero esprimersi definitivamente sulla sorte di quella lettera inviata a un non meglio precisato familiare e bloccata. La sentenza della Cassazione, quindi, «dichiara inammissibile il ricorso per morte del ricorrente».
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