Giro di usura con aziende fittizie: parte il processo per 21 persone

L’inchiesta nacque nel 2015 dopo la denuncia di un imprenditore sulmonese vittima di estorsione Coinvolto mezzo Abruzzo: imputati di Valle Peligna e Marsica, ma anche del Pescarese e del Chietino
SULMONA. Sono accusati di aver acquistato società inattive, rendendole apparentemente solide, con tanto di assunzioni fittizie e proventi che venivano immessi in un giro di usura ai danni di imprenditori e commercianti di mezzo Abruzzo. Ieri mattina 21 persone, la maggior parte residenti in Valle Peligna, sono finite davanti ai giudici del Tribunale di Sulmona riuniti in seduta collegiale per la prima udienza del processo che li vede imputati, a vario titolo, per usura, estorsione, falsità ideologica, sostituzione di persona e associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe.
Si tratta di Cesare Mariani di Raiano; Mario Di Rosa, Sonia Di Rosa, Bruno Spinelli, Luigino Di Rosa, Pasquale Di Rosa, Alessandro La Civita, Dino Ferrante, Roberto Terrasi, Alessio Mancinelli, Luigi Domenico Camera, Federica Morelli, Nino Verrocchi e Lucia D’Amato, tutti di Sulmona; Pasquale Di Rosa di Montesilvano; Costantino Lucarelli, Pierpaolo D’Annolfi, Luigi Morelli, Gaspare Scognamiglio, Vincenzo Ennio Cotardo, tutti e cinque di Avezzano; Fabio Di Bernardo di Pettorano sul Gizio; Davide Lo Stracco di Pratola Peligna; Adriano Sonsini di Chieti, Fabrizio Trotta di Perano e Rinaldo Francani. L’inchiesta contava complessivamente 23 indagati di cui due deceduti e nove raggiunti da misura cautelare nel settembre 2016, dopo la vasta operazione condotta dai carabinieri di Sulmona. Tutto è partito, nel 2015, dalla denuncia di un imprenditore sulmonese vittima di estorsione. Dagli accertamenti dei carabinieri emerse che una famiglia che svolgeva come attività principale il prestito di soldi con tassi fino al 54% mensile, aveva fatto il salto di qualità creando un sistema economico che ruotava intorno a due aziende con capitale sociale e con dipendenti, tutti fittizi, reperiti nel mondo della tossicodipendenza locale. Il sodalizio criminale sarebbe riuscito a ottenere prestiti da finanziarie e istituti di credito attivando la procedura della cessione del quinto dello stipendio a carico dei dipendenti, tutti conniventi, per un ammontare di circa 600mila euro. Per non dare modo alle banche di avviare denunce e contenziosi, le due aziende fittizie hanno onorato le prime rate dando modo alla società di prendere tempo e conseguire altro capitale con la stessa tecnica. Il castello accusatorio viene contestato dalla difesa curata, tra gli altri, dagli avvocati Alberto Paolini, Alessandro Scelli, Silvia Iafolla, Stefano Michelangelo, Mauro Maiorano, Alessandro Tucci e Vincenzo Colaiacovo, soprattutto per quanto riguarda l’associazione a delinquere. Per uno dei 21 è stata disposta una perizia per accertare la capacità di intendere e volere al momento dei fatti. La prossima udienza è stata fissata per settembre.
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