Gli ultimi sprazzi di resistenza degli operai della Vesuvius

Si intrecciano le storie di Lisa, Emiliano, Luca e Fabrizio: mutui da pagare e figli a cui pensare «Saranno feste senza allegria e con la preoccupazione per un futuro carico di incertezza»
AVEZZANO. Sono mesi che lottano per tutelare il loro posto di lavoro e la loro dignità. Hanno occupato per un mese l’azienda con la sola pretesa di avere delle certezze per il futuro che, però, non sono arrivate. Sono andati a bussare agli uffici della multinazionale a Londra e a Bruxelles. Hanno pregato con il vescovo dei Marsi, Pietro Santoro, e parlato con senatori e onorevoli. Ora però sono stanchi e sfiduciati. Santoro è dalla loro parte: «Vicinanza solidale alle donne e agli uomini della Vesuvius di fronte alla vergogna di un’azienda che localizza solo per catturare manodopera a basso costo. È la logica disumana di una finanza che considera l’uomo e la sua dignità una variabile indipendente. La speranza affidata alle istituzioni è di trovare realtà economiche disposte a rilevare e a diversificare l’azienda. Per la Vesuvius non è ammissibile il sonno deresponsabilizzante». L’assemblea permanente va avanti da una settimana e loro hanno continuato a lavorare pur sapendo che a fine anno la Vesuvius li avrebbe mandati a casa. Poi però, hanno incrociato le braccia in segno di protesta. Sul piazzale alcuni operai parlano del più e del meno. Qualcuno è dentro i capannoni dove si realizzavano le piastre per altiforni, altri invece sono nella sala mensa e negli uffici. Si scambiano qualche battuta, fanno pronostici per il futuro e sperano che il 2017 porti qualche buona notizia. «Lavoro in questa azienda da 11 anni», racconta Emiliano Di Salvatore, «e mai avrei immaginato che avrebbe chiuso da un momento all’altro. Ho 29 anni e ancora non sono sposato, ma ora fare progetti è diventato più complicato. Una casa, una famiglia, vorrei costruire un futuro come quello di tanti miei coetanei, ma ora i dubbi sono troppi». Domani i lavoratori chiuderanno i rapporti con l’azienda e poi dovranno iscriversi all’ufficio di collocamento sperando di poter trovare il prima possibile una collocazione. «Non ci saremmo mai aspettati che sarebbe andata a finire così», precisa Luca Libertini, «ho 40 anni e da 13 lavoro alla Vesuvius senza aver mai avuto un problema. L’azienda è andata sempre bene. Ora invece siamo in questa situazione. Fino a quando non ci saranno certezze la preoccupazione ci sarà sempre, nessuna buonuscita ti potrà ripagare per un lavoro interrotto. Ora ci sono le feste e magari non ci pensi, ma a gennaio sarà dura».
Nonostante le festività e l’imminente chiusura, i lavoratori restano in azienda fino a tardi. «Per un po’ staremo tranquilli perché c’è la buonuscita, ma poi?», si chiede Lisa Amicucci. «Io sono mamma di tre figli e separata, devo pensare al futuro. Ci sono colleghi che hanno mutui da pagare, affitti, rate, ci sono problemi seri che non si risolveranno con il tfr. Questa è una tranquillità temporanea, ma il domani ci spaventa». Alle 17 i lavoratori che hanno scelto di fare il turno del pomeriggio timbrano il cartellino, escono dall’azienda e qualcuno scende a chiudere il cancello. Domani è l’ultimo giorno in azienda e poi si chiuderà ogni tipo di rapporto con la società. «Per noi sarà un Natale nero», conclude Fabrizio Iacoboni, «ho 55 anni ed essendo uno dei più anziani non ho un futuro lavorativo davanti. Quando finiranno i due anni di mobilità a 57 chi mi riassumerà? Sono separato, con tre figli e con un nipotino. I ragazzi sono grandi e lavorano, però un aiuto dal padre se lo aspettano sempre. Ma in queste condizioni come faccio a dargli una mano? Con mille euro al mese e poche prospettive è dura veramente. Il 2016 per me è stato un anno nero, a marzo mi hanno rubato l’auto, poi l’occupazione e via via la situazione è precipitata. Sono 35 anni che sto in questa fabbrica, tra qualche giorno uscirò e non saprò come affrontare il domani».
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