Grandi Rischi e quel dubbio che ci fu tolto

16 Novembre 2014

Antoine de Saint-Exupery dice che la verità non si scopre, si crea. Non so bene per quale ragione, all’improvviso, mi salta in mente proprio questa frase mentre una voce senza colore, nel Tg delle 20,...

Antoine de Saint-Exupery dice che la verità non si scopre, si crea. Non so bene per quale ragione, all’improvviso, mi salta in mente proprio questa frase mentre una voce senza colore, nel Tg delle 20, mi dice che sono stati assolti quasi tutti i membri della Commissione Grandi Rischi. I terremoti non si possono prevedere. Mi si infila addosso, quella voce, e fa rumore dentro ai cassetti che ho chiuso tanti anni fa. Il fatto non sussiste. Alzo il volume della tv, quasi d’istinto. Vergogna. Sento urlare da voci in fondo all’aula. I parenti delle vittime – dice la voce inodore del Tg. Li guardo con attenzione, quei visi. Riconosco uno. E poi un altro. E poi un altro. Di loro conosco e rispetto in silenzio la storia, ne intuisco i sensi di colpa e la stanchezza. Stasera, nei miei e nei loro occhi, c’è la stessa amarezza asciutta. La sconfitta senza lacrime di essere stati fraintesi. Perché noi non cercavamo vendetta ma libertà. Perché noi non siamo i parenti delle vittime, siamo vittime. Tutti. Ingranaggi di un sistema che, dei suoi stessi ingranaggi, ha bisogno ma non rispetto. Rimango immobile, sul divano di una casa presa in affitto. In una città lontana, che pensa ancora che il terremoto faccia tremare il lampadario. Con lo sguardo rivedo quei giorni prima della grande scossa. “L’altra vita” la chiamiamo noi. La terra tremava ormai da mesi, ma in queste vie si erano fatte strada due armi di assuefazione, le più pericolose: l’abitudine e la derisione. Erano del tutto normali quelle scosse continue e ripetute. Anzi, più era intenso lo sciame sismico, minore sarebbe stato il rischio di una scossa più forte – così dicevano i giornali. La televisione.

Di scienziati, tra le vie fredde della mia città, ce n’erano pochi. Di uomini, però, ce n’erano moltissimi. E di donne. E bambini. E di fiori. Quello che tutti avevano capito era che non bisognava preoccuparsi troppo. Bisognava abituarsi al terremoto, che ci avrebbe fatto compagnia per un po’. E così ci siamo abituati. Perché ci si abitua a tutto. Al brutto. Al dolore. Al terremoto. Ci siamo abituati. Mentre il terremoto spostava un po’ più in là il bicchiere. Mentre disegnava una piccola crepa sul pavimento. Abbiamo avuto paura di quel tremolìo continuo. Nonostante l’abitudine. Nonostante tutti ci dicessero di stare tranquilli. Abbiamo chiesto ancora spiegazioni ma, tutto quello che abbiamo avuto, è stata una rassicurazione. È uno sciame sismico. E così ci siamo abituati a ridere del terremoto. “Rieccolo” dicevamo ridacchiando, mentre il terremoto tremava ancora. E ancora. Mentre tremava il bicchiere di birra e si allargava impercettibilmente quella crepa sul pavimento.

Anche quella notte la terra ha tremato, sempre più forte. Ma nessuno è uscito. Perché “se lo dicono gli scienziati, non c’è nessun pericolo”. Così hanno detto gli uomini. Le donne. L’hanno detto ai loro figli. L’hanno ripetuto a se stessi, in quello strano momento prima di dormire, in cui la coscienza si toglie la cravatta. Che senso avrebbe dormire fuori, al freddo? Il terremoto trema da mesi. Se ci fosse stato un reale pericolo, ce l’avrebbero detto, dannazione. Nessun padre, nessuna madre avrebbe voluto far dormire suo figlio al freddo per una sua piccola, strisciante paura. Ma mai nessuna madre, nessun padre, mai, avrebbe lasciato dormire suo figlio in una casa di pietra, qualora avesse saputo di un potenziale rischio. Se tutti, mentre la terra tremava sempre più forte, hanno messo a letto i loro figli, era perché si fidavano di quello che avevano letto sul giornale e visto in tv. E quello che tutti avevamo capito era che non c’era nulla di così fatalmente pericoloso.

Anch’io ho deriso mio padre, quel lago verde di preoccupazione che si agitava nei suoi occhi. Avevo ventun’anni. Se cedi alla paura cieca una volta sola, ne sarai sempre schiavo. Se nessuno esce ci sarà una ragione, no? Ci siamo addormentati di nuovo, quella notte. Anche se avevamo avuto paura. Ci siamo addormentati tutti, quella notte. Nella fiducia. Ci siamo svegliati non tutti, quella notte, con addosso un senso di colpa irrimediabile, che però non spettava soltanto a noi. Nessuno accusa la Commissione Grandi Rischi di non aver previsto il terremoto ma, al contrario, di averci privato di un diritto essenziale: la libertà di scegliere. Mi è sempre piaciuto associare il concetto di “pericolo” all’immagine di un angolo, di un incrocio. Nessuno sa cosa ci sia dietro l’angolo o appena dopo l’incrocio. Sta a noi rallentare o meno, prima di quel cono d’ombra. Guardarci intorno o continuare a camminare, con gli occhi bassi. Questa è la libertà più elementare: la responsabilità di se stessi. Immaginate, per un attimo, che qualcuno vi assicuri che dietro l’angolo non c’è assolutamente niente. Che non serve rallentare, perché l’incrocio è vuoto. Ecco, questo è quello che è successo all’Aquila. Questo è quello che rimproveriamo alla Commissione Grandi rischi: l’averci mentito una rassicurazione invece di affidarci un dubbio. Il terremoto è terribilmente diverso rispetto a quello che comunemente si pensa; perché il terremoto continua anche quando la terra smette di urlare. Quando si contano i morti. Troppi. All’improvviso. Quando vedi i tuoi oggetti profanati dal fango. E all’improvviso non te ne importa più niente. Perché, all’improvviso, non sai nemmeno più piangere. Ecco cosa rimproveriamo alla commissione grandi rischi. Questa mia stanza presa in affitto, in cui non ho saputo portare niente di mio. Questa stanza che mi limito ad abitare, ad occupare, non a vivere. Ecco cosa rimproveriamo alla commissione grandi rischi. La tristezza di case di legno tutte uguali, senza libertà. Case che, dopo quasi sei anni, ci limitiamo ad occupare, ad abitare. Non certo a vivere. Non volevamo alcuna certezza. Non l’abbiamo mai chiesta. Ma meritavamo di certo il dubbio. Il pericolo. La libertà di scegliere se fare o non fare. Se uscire o non uscire. Se temere o non temere quel terremoto che, in una notte qualunque, ci ha cambiato l’anima.

*studentessa