Grandi rischi, ecco come nacque la farsa

8 Ottobre 2016

La scossa del 30 marzo 2009 creò allarme ma subito arrivarono i rimedi: una messa a Sant’Emidio e la “gita” degli esperti

L’AQUILA. Nel 2005 negli stessi mesi in cui Collabora Engineering stava mettendo a punto lo studio (misteriosamente scomparso dal sito internet della Regione Abruzzo la mattina del sette aprile 2009) sugli edifici aquilani a rischio crollo in caso di forte sisma, una prestigiosa rivista internazionale (il bollettino della società sismologica americana) pubblicava un articolo proprio sulla amplificazione sismica rilevata nel sottosuolo del centro storico dell’Aquila. Uno degli autori dello studio era il dottor Gaetano De Luca lo stesso che nel 1999 aveva supportato con dati inoppugnabili la conferenza stampa di due amministratori pubblici (Gianfranco Giuliante e Nicola Iovenitti di An) che lanciarono un vero e proprio allarme sulla possibilità di crollo di edifici pubblici e privati dell’Aquila in caso di una scossa vicina o superiore alla magnitudo 6 della scala Richter. Naturalmente l’articolo restò nel circuito degli esperti e in città non se ne parlò minimamente. Per più di 10 anni (dal 1999 al 2009) chi sapeva fu tacitato e “l’ordine” fu sempre quello di non dire nulla alla popolazione che intanto viveva, dormiva, lavorava e si divertiva su quella che si è poi rivelata un vera e propria bomba atomica. Dunque dal 2006 in poi la vita continuò come se il terremoto fosse una leggenda metropolitana. A Palazzo Silone (sede della giunta regionale) si insediò Ottaviano del Turco e nel 2007, a Palazzo Margherita (sede del Comune) arrivò Massimo Cialente che puntò subito alla realizzazione del piano strategico di sviluppo della città con incontri e confronti in cui si parlava di tutto meno che di rischio sismico. Nel gennaio del 2009 colpo di scena. Il consiglio comunale venne chiamato a votare il piano di Protezione civile che era un copia incolla di un piano standard che si ispirava ai principi del metodo “Augustus”. Sempre tutti convinti che tanto all’Aquila il terremoto non ci sarebbe mai stato quel piano restò di fatto nel cassetto, la popolazione non ne fu informata se non attraverso stringati articoli sulla stampa, non vennero né indicate e né preparate aree di accoglienza tanto che la mattina del sei aprile 2009 gli aquilani sopravvissuti non sapevano che fare e dove andare. Arrivò poi la famosa data del 30 marzo 2009 quando il terremoto poco prima delle 16 si fece sentire forte (magnitudo 4.2) e a lungo. Le cronache dell’epoca riferiscono che «migliaia di persone sono scese in strada in centro, dove il terremoto è stato avvertito più nettamente data la struttura dei vecchi edifici. Una fuga di gas si è verificata nell’edificio della scuola De Amicis. In serata la scuola è stata chiusa, perché sono state scoperte lesioni nelle strutture del piano più alto. La De Amicis, comunque, doveva essere ristrutturata e i lavori erano previsti, tanto che si parlava di spostare altrove le scolaresche. Anche al Castello sarebbero state rilevate alcune lesioni nei soffitti di un’ala del museo. I ragazzi dei turni pomeridiani, e gli studenti dell’Università, hanno lasciato gli edifici che li ospitavano. I vigili del fuoco sono immediatamente usciti con le squadre disponibili, per verificare eventuali danni e situazioni di rischio. In tutta la città si sono avuti ingorghi di traffico, e questo ha reso la situazione ancora più pericolosa: eventuali fughe non sarebbero state possibili, data la confusione. Il sindaco Massimo Cialente ha comunicato che il proprio Ufficio di Gabinetto resterà attivo per accogliere richieste di aiuto, segnalazioni e informazioni». L’allarme era quindi evidente tanto che l’arcivescovo Giuseppe Molinari il 31 marzo alle 12 celebrò una messa nella chiesa delle Anime Sante per invocare la protezione di Sant’Emidio. Alle 18,30 dello stesso giorno a Palazzo Silone si riunì la commissione Grandi Rischi che abbiamo poi saputo dal processo fu una semplice “gita fuori porta” di sei scienziati. La farsa era cominciata.

5/ continua