Grandi rischi, oggi il verdetto d’appello

10 Novembre 2014

La convinzione delle parti civili: «Non ci sarà un colpo di spugna sulle responsabilità per le morti di tante persone»

L’AQUILA. L’atto finale del processo di appello all’ex commissione Grandi rischi ci sarà oggi. Questa mattina, alle 9,30, la Corte aprirà l’ultima fase del dibattimento con le controrepliche di due principi del foro: l’avvocato Franco Coppi, già difensore dell’ex premier Silvio Berlusconi e anni addietro anche di Giulio Andreotti, e il collega Filippo Dinacci che, tra gli altri, assiste Guido Bertolaso in tutti i procedimenti.

Poi, se non ci saranno altri interventi, inizierà la camera di consiglio che gli stessi giudici hanno già annunciato che non sarà breve. Per cui la sentenza potrebbe essere letta nel pomeriggio.

Nessuno sa cosa abbiano in mente i magistrati Fabrizia Ida Francabandera, Carla De Matteis, Marco Flamini, ma le parti civili hanno una convinzione malcelata. «Ci potrà essere un abbassamento di pena», dicono, «ma non crediamo che ci sia un totale colpo di spugna sulle responsabilità per le vittime del terremoto, che a nostro avviso ci sono state comunque quelle carte del processo vengano interpretate».

Al vaglio dei giudici di secondo grado la condanna del giudice unico per omicidio colposo e lesioni colpose a sei anni di reclusione.

L'accusa è quella di aver rassicurato gli aquilani e sottovalutato il rischio sismico al termine della riunione del 31 marzo 2009, a cinque giorni dalla scossa distruttiva.

Gli imputati sono Franco Barberi, all'epoca presidente vicario della Commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile e unico imputato di origine abruzzese,, Enzo Boschi, già presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del Progetto Case, Claudio Eva, ordinario di fisica all'Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile. Ai sette della Cgr, organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei ministri, viene attribuita la responsabilità della morte di una trentina dei 309 morti del sisma che ha sconvolto L'Aquila e il suo circondario.

Il procuratore generale, Romolo Como, aveva chiesto nella prima udienza la conferma dei sei anni in quanto, a suo dire, il comportamento non corretto degli imputati con i messaggi rassicuranti di quella che venne definita «operazione mediatica» dall'allora capo dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso (indagato in un filone parallelo) ha indotto la popolazione a mutare le abitudini che, in presenza di una forte scossa sismica, erano quelle di uscire di casa. Nelle cinque udienze è stato duro lo scontro tra le parti civili e le difese, rappresentate da autorevoli penalisti .

Nelle arringhe i difensori hanno invitato a «non giocare con i morti», chiedendo l'assoluzione dei propri assistiti che non avevano il compito della comunicazione: posizione che ha provocato la reazione sdegnata dei familiari delle vittime.

Tre le altre argomentazioni delle difese, a fronte di oltre mille pagine di ricorsi, il fatto che, giuridicamente parlando, quella non era la commissione Grandi rischi ma solo un summit informale di esperti che, tra l’altro, non avevano alcun obbligo di comunicazione alla popolazione. Se non dare un parere consultivo sulla situazione sismica alla Protezione civile.

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