Guerra e Russia nei segreti degli archivi

La storica e docente e i viaggi a Mosca «Dalla diffidenza alla curiosità per noi italiani»
Maria Teresa Giusti, aquilana, ha 56 anni ed è professore associato di Storia contemporanea all’Università “d’Annunzio” di Chieti, dove insegna nei corsi di Lettere e di Servizio sociale. Le materie di cui si occupa come docente sono Storia contemporanea, Storia sociale, Storia dell’Italia repubblicana e Storia della Russia. Ha insegnato per anni nella scuola (media e superiore) per poi approdare come ricercatore a Chieti nel 2004. È una storica fra le più importanti e premiate nel panorama nazionale in particolare per i suoi studi (pubblicati dal Mulino) sulla Seconda guerra mondiale.
Professoressa Giusti, lei ha forti legami con Rocca di Mezzo. Che ricordi ha del suo paese e della sua infanzia?
«Sono nata all’Aquila ma ho vissuto fino a 16 anni a Rocca di Mezzo da dove con la famiglia mi sono poi ri-trasferita all’Aquila, dove ho vissuto per circa 30 anni fino al 2009. La mia infanzia è stata spensierata in un ambiente tranquillo. Sono stata stimolata alla lettura da mio padre, che acquistava per noi tre sorelle libri ed enciclopedie; inoltre da lui, che viaggiava molto, è nato l’interesse per le lingue straniere che ho coltivato in seguito».
Qual è stato il suo percorso di studi?
«Ho frequentato le Medie a Rocca di Mezzo poi l’Istituto magistrale nel capoluogo. Mi sono formata all’Università dell’Aquila dove ho prima conseguito una laurea in Lingua e letteratura russa con Anna Tellini, e una in Lettere, indirizzo storico, con la professoressa Elena Aga Rossi. Per entrambi i corsi l’Università mi ha dato molto e soprattutto la possibilità di imparare bene il russo. Durante il corso di studi in lingue, inoltre, ho vinto due borse di studio dall’Associazione Italia-Urss – eravamo ancora in epoca comunista – per Mosca, dove ho perfezionato la conoscenza del russo. Ho completato la mia formazione col Dottorato in scienze politiche a Bologna in “Storia politica comparata dell’Europa nei secoli XIX e XX”. Questa è stata un’esperienza molto formativa, anche grazie a un collegio dottorale di alto livello, che annoverava tra i più grandi storici dell’età contemporanea: la stessa Rossi, mia tutor, Ernesto Galli della Loggia, co-tutor, Paolo Pombeni, Piero Craveri e Gaetano Quagliariello».
È stata allieva di Elena Aga Rossi, a sua volta allieva di Renzo De Felice. Quale è in sintesi il loro metodo storico? Ha conosciuto De Felice?
«Purtroppo non ho conosciuto De Felice, ma la prof. Rossi, sua allieva, mi ha trasmesso la passione per la ricerca storica, il metodo scientifico di comparazione delle fonti, la capacità di garantire una corretta ed equilibrata informazione di base, di stabilire una gerarchia delle rilevanze, di dar conto – per quanto possibile – dei dibattiti ancora aperti, l’ambizione a togliere dall’oblio alcuni temi della storia contemporanea, sottoposti a una rimozione collettiva, così come De Felice aveva fatto con la storia del regime fascista. Elena mi ha insegnato a scrivere la storia in modo che possa arrivare a tutti, con un stile chiaro e un linguaggio comprensibile ma mi ha soprattutto trasmesso il coraggio di rompere schemi cristallizzati su alcune vicende storiche, come la resistenza dei militari dopo l’8 settembre, a lungo ignorata dalla storiografia».
Quale è stata la sua tesi di laurea?
«Ho scritto la mia prima tesi in Lingua e letteratura russa, su un autore della fine dell’800 ideatore, prima ancora di Cechov, del racconto breve, Vsevolod Mikhailovich Garshin. Ho sostenuto la seconda tesi per Lettere, in Storia contemporanea, con Rossi come relatrice. Il tema riguardava “I prigionieri italiani in Russia”, su materiale inedito tratto dagli archivi di Mosca. Per la tesi di dottorato a Bologna ho approfondito lo stesso argomento con una comparazione tra la propaganda antifascista svolta tra i prigionieri italiani e quelli tedeschi nei lager di prigionia sovietici tra il ’41 e il ’45».
Per i suoi studi lei si reca spesso in Russia. Quando è andata per la prima volta?
«Nel lontano 1984, prima della fine della guerra fredda. Il segretario generale all’epoca era Andropov che morì proprio nel periodo in cui stavo studiando a Mosca e al suo posto fu eletto Chernenko. Sono tornata varie volte in Russia e a metà degli anni ’90, grazie all’apertura degli archivi ex sovietici ho potuto raccogliere materiale inedito sui prigionieri italiani nell’Urss durante la Seconda guerra mondiale. Gli archivi in cui ho lavorato erano, in particolare, quello del Komintern e quello dell’Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni. Un’esperienza fondamentale e interessantissima, che ho ripetuto per le mie ricerche successive, lavorando anche in altri archivi di Mosca e di Volgograd, l’ex Stalingrado».
Furono diffidenti nei suoi confronti?
«Con il crollo del comunismo molto è cambiato in Russia. Prima di allora nei confronti degli stranieri in generale vi erano atteggiamenti di diffidenza ma anche di curiosità, di interesse. I russi hanno sempre nutrito una grande ammirazione per la cultura italiana e questo facilitava la nascita di rapporti di amicizia. Lavorare negli archivi prima del 1991 non era impresa facile, o comunque l’attività era molto limitata. Dopo il crollo del comunismo, per dimostrare il nuovo atteggiamento di apertura verso l’Occidente, il governo russo ha consentito agli studiosi stranieri – che fino a poco tempo prima erano “oltre cortina” – di attingere alla documentazione dell’epoca staliniana fino ad allora coperta da segreto. Certo, hanno aperto solo una parte degli archivi, e in alcuni casi per certi argomenti, c’è materiale secretato. Paradossalmente però i documenti sulla propaganda antifascista, svolta tra i prigionieri di tutte le nazionalità che avevano attaccato l’Urss nel 1941, tema ignorato in Italia e politicamente scomodo, erano desecretati».
Oggi qual è la situazione?
«Lavorare negli archivi russi è diventato un po’ più difficile e richiede molta pazienza. Le decisioni di rendere accessibili agli studiosi stranieri alcuni fondi sono altalenanti e dipendono anche dalle relazioni internazionali della Russia e da questioni d’immagine. Tuttavia, anche l’ultima volta che sono stata nell’archivio Nkvd ho potuto lavorare senza restrizioni».
Che idea si è fatta sulla conduzione della Seconda guerra mondiale da parte dell'Italia?
«La guerra è sempre un grande errore, soprattutto poi se la si intraprende con mezzi scarsi. L’Italia fascista si era già debilitata con la guerra in Etiopia; dobbiamo ricordare poi che Mussolini inviò truppe e aerei al fianco della Germania nella guerra civile spagnola. Si è molto scritto sull’impreparazione italiana. Il fatto è che il Csir che partì nel luglio del 1941 alla volta del fronte russo, forte di 62.000 uomini, era il meglio che si potesse approntare per l’operazione “Barbarossa”. Del resto l’esercito italiano era già impegnato su diversi fronti, come il fronte balcanico, la Francia, il fronte africano. In Albania, Grecia e Jugoslavia erano stanziati ben 650mila uomini, suddivisi in 35 divisioni, militari che verranno abbandonati al loro destino dal re e da Badoglio, dopo l’8 settembre 1943. Hitler non aveva richiesto a Mussolini di partecipare al blitzkrieg in Russia, non essendo questa zona di interesse italiano, ma di impegnarsi di più in Africa. Eppure Mussolini volle esserci malgrado il nostro potenziale bellico fosse il più basso tra le potenze dell’epoca. Del resto un regime che aveva predicato a lungo la guerra non poteva esimersi da quell’esperienza. Ciò che stupisce leggendo le carte, è che in previsione di un tale conflitto – deriva naturale per un regime totalitario – Mussolini non mobilitò il paese. Ovvero non aumentò sensibilmente la produzione di carri armati, aerei, camion ma nella seconda metà degli anni ’30 si preoccupò di aumentare le spese per il welfare del 30%. Ciò si può spiegare solo in due modi: il primo è che il duce non voleva che il fronte interno vacillasse, perciò rassicurava e teneva buoni gli italiani con interventi di politiche sociali, il secondo è che la mancata mobilitazione aveva l’effetto propagandistico di dimostrare che la guerra sarebbe stata una passeggiata al fianco della potente Germania».
Che cosa fa Maria Teresa Giusti nel tempo libero?
«Se escludiamo gli impegni familiari, che vengono prima di tutto, mi piace leggere e ascoltare la musica, dal rock al jazz e alla classica. Ma, visto che passo molto tempo in archivi, o in macchina o davanti al computer, mi rilasso molto andando a sciare d’inverno e, con il caldo, in mountain bike o a camminare sulla pista ciclabile dell’altipiano delle Rocche».
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