«Ho raccontato la mia terra con la cinepresa»

3 Marzo 2018

Il documentarista richiesto anche negli Usa «Non ho mai voluto lasciare L’Aquila»

Febo Grimaldi da pochi mesi è tornato nel suo appartamento in via XX Settembre in un edificio abbattuto per i gravi danni subiti a causa del terremoto del 2009 e ricostruito. Il palazzo è proprio dietro alla Casa dello studente, simbolo della tragedia aquilana del 6 aprile di 9 anni fa. Grimaldi fa ancora fatica a parlare del dolore e dello sconquasso emotivo di quella notte e di ciò che vide e sentì. La finestra dell'appartamento al 3° piano si affaccia sulla zona della Rivera con, sullo sfondo, la collina di Roio e un bel pezzo di conca aquilana. Vive con la moglie, la signora Amalia. Ha due figlie Marina e Maria Vittoria e due splendidi nipotini. Febo Grimaldi è un uomo schivo che non ama parlare molto di sé. Avrebbe potuto fare carriera come regista anche fuori l'Abruzzo e addirittura negli Usa. Ma ha preferito restare all'Aquila e coltivare la sua grande passione: il documentario, con il quale ha raccontato persone, paesi, tradizioni, laghi, fiumi, montagne. Non c'è angolo d'Abruzzo che non abbia filmato con la sua cinepresa. Con lui hanno collaborato giornalisti e intellettuali. Fra gli altri Bruno Vespa (che ha scritto alcuni testi e prestato più volte la sua voce), Walter Tortoreto, Gianfranco Colacito , Francesco Zimei, Angelo Moscariello. Nel 2002 ha avuto dalla federazione europea della stampa il premio “Una vita per la comunicazione turistica”.
Professor Grimaldi, dove e come è nata la sua passione per il documentario?
«Devo molto alle mie origini. Io sono nato a Termine di Cagnano, mio padre Filippo era uno dei tanti ragazzi del 1899 chiamato a nemmeno 18 anni a combattere in prima linea durante la Grande Guerra. È stato un artigiano di grande qualità, realizzava serrature e assemblava persino i fucili da caccia. Ricordo che, piccolissimo, andai con lui a Firenze per ritirare un premio per aver forgiato una serratura innovativa. Ci ha lasciato a 57 anni. Mia madre era una sarta. Sono figlio unico, perché due miei fratellini morirono in tenera età, cosa che all'epoca purtroppo accadeva di frequente. Quando nel 1956 diventai sindaco di Cagnano mi impegnai molto proprio perché volevo migliorare la qualità della vita delle persone: strade, fogne, scuole, spazi pubblici, servizi. Poi arrivò la passione per la cinepresa».
Ricorda come accadde?
«L'esperienza da sindaco mi fece innamorare ancor di più della mia gente e della mia terra. E allora decisi di documentare le feste popolari, la vita delle persone e le bellezze naturali che mi circondavano. A Cagnano, a partire dalla piana di Cascina, avevo solo l'imbarazzo della scelta. Nel 1962 comprai una cinepresa “Bolex Paillard” e nacque il film “Antologia pastorale” che grazie anche all'interessamento del mai dimenticato don Virgilio Pastorelli (sacerdote aquilano e storico originario di Roio ndr) fu trasmesso anche dalla Rai. Da allora non mi sono più fermato. Realizzai il documentario sui serpari di Cocullo che fece conoscere a un vasto pubblico una tradizione unica al mondo e poi “Come nacque il nome Italia” , “Gli ultimi carbonai” e via via tutti gli altri fino alla Perdonanza e allo zafferano».
Anche sua moglie Amalia Mansueti è di Cagnano?
«Sì, ha due anni meno di me. Le nostre madri erano amiche. Quando nacque lei mamma andò a trovare la sua compaesana con me in braccio. Quando vide quella bella bambina disse: falla crescere bene, la faremo sposare a Febo. Una battuta, ma poi la “profezia” è diventata realtà e siamo sposati dal 1953».
Guardando i suoi film si nota una grande attenzione ai particolari.
«I miei lavori hanno sempre avuto un intento divulgativo, ma sono stati sempre rigorosi anche nei dettagli. I punti di riferimento sono stati Folco Quilici, recentemente scomparso, e Piero Angela. Ho avuto l'onore di conoscere entrambi e parlare a lungo con loro nel 1993 a Bologna nel corso di un evento di rilievo nazionale. Nei miei film ci sono spesso immagini a campo totale perché lo spettatore deve vedere bene il luogo e la sua complessità, ma poi c'è la necessità di andare sul particolare ed è quello che alla fine compone la trama narrativa».
Lei si è occupato anche fatti di cronaca.
«Sì, a volte era la Rai che chiedeva la mia collaborazione. Ricordo che durante il processo sulla tragedia del Vajont che si svolse all'Aquila fra il 1968 e il 1969 fui incaricato di riprendere gli imputati durante le udienze e soprattutto le loro reazioni alla lettura della sentenza. Ma sono stati tanti i fatti piccoli e grandi che ho filmato e in particolare eventi sportivi».
Per 10 anni lei ha documentato i lavori per la realizzazione del traforo sotto il Gran Sasso e per i laboratori di fisica. Come andarono le cose?
«Quello è stato un grande impegno, anche fisico oltre che mentale, anche se avevo la consapevolezza che stavo filmando un pezzo di storia d'Abruzzo. Ricordo tanti momenti, anche brutti, ci furono operai che persero la vita. A causa della imponente fuoriuscita d'acqua dalle viscere della montagna il rischio era sempre dietro l'angolo. Una volta il mezzo sul quale stavo filmando fu messo in posizione di fuga perché il pericolo era elevato, ma se si fosse concretizzato non avremmo certo fatto in tempo a scappare. Conobbi molto bene Antonino Zichichi il padre del Laboratori del Gran Sasso e nel 1980 filmai la visita di papa Giovanni Paolo II nei cantieri Cogefar».
Ha lavorato anche per la videomedicina?
«Sì, mi chiesero di documentare un intervento chirurgico allo stomaco. Dovetti utilizzare 120 metri di pellicola, bisognava riprendere tutto e senza interruzioni. Il risultato finale fu apprezzato e mi chiesero di andare negli Usa per farne altri. Ma dissi di no. Come dissi no a funzionari del governo del Marocco che volevano andassi da loro a produrre documentari turistici».
Il suo ultimo incarico pubblico è stato quello di presidente del Centro turistico Gran Sasso. Prima c'era stata la presidenza dell'Accademia di Belle Arti.
«Me ne andai perché avrei dovuto far passare cose che contrastavano con la mia etica personale: correttezza e trasparenza. Per quanto riguarda il Centro turistico fu il sindaco Antonio Centi che nel 1994, appena eletto, mi chiese di occuparmi della municipalizzata che aveva molti debiti. “Con la tua conoscenza del Gran Sasso e la tua creatività farai bene” mi disse. Fu allora che “inventai” il Consorzio “Tre nevi”. Mettemmo insieme le stazioni del Gran Sasso, di Ovindoli e Campo Felice per dare agli sciatori e ai turisti una offerta unica. Per cui, chi veniva ad esempio da Firenze sapeva che se non poteva sciare sul Gran Sasso a causa del maltempo magari poteva andare a Campo Felice o a Ovindoli e viceversa. Funzionò, tanto che azzerammo i debiti e rilanciammo l'immagine del Gran Sasso. Nel 1998 Centi non fu rieletto e quell'esperienza finì».
C'è qualcosa che avrebbe voluto fare e che non ha avuto la possibilità di realizzare?
«Io credo di essermi speso molto, e sotto diversi aspetti, per far conoscere l'Abruzzo e L'Aquila. Ho toccato con mano il grande apprezzamento che c'è per i nostri luoghi, le nostre tradizioni e la nostra storia. I giovani di oggi e le generazioni future sono chiamati a mettere a frutto questi tesori. L'Aquila è in grande difficoltà a causa del terremoto ma dico ai miei concittadini: la bacchetta magica non ce l'ha nessuno, bisogna avere un po' di pazienza. Alla fine ce la faremo a ripartire. Sono ottimista».
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