I giovani tornano alla terra Così l’agricoltura è risorsa

L’esempio di Griguoli e di tanti ragazzi come lui alla riscoperta di semi e piante «Si sono perse le tradizioni, ora cerchiamo di recuperare il gap generazionale»
L’AQUILA. Negli ultimi 40 anni anche nell’Aquilano sono “morte” centinaia di imprese agricole. Chi ha potuto ha cercato altre strade: più comode e soprattutto più remunerative. La vecchia generazione di agricoltori, quella dei nonni e dei bisnonni, con le sue tradizioni e soprattutto con la sua esperienza, è sparita pian piano come il sole “cala” a Ovest ogni giorno. Eppure da un po’ di tempo qualcosa sta cambiando e a Est il sole sta tornando a sorgere. Ci sono molti giovani imprenditori che scommettono il loro futuro sull’allevamento e soprattutto sulle produzioni di qualità.
Accade ad esempio a Paganica dove la produzione di fagioli, che in passato era quasi tutta per il consumo familiare, ora si sta rivelando una buona fonte di reddito.
IL FAGIOLO DI PAGANICA. Il “fagiolo della piana di Paganica” – uno dei presìdi Slow food in Abruzzo, che si coltiva sostanzialmente nel territorio dell’ex Comune con le sue ex frazioni (Onna, Bazzano, San Gregorio, Tempera) – è diventato pian piano non solo prodotto essenziale della gastronomia di qualità ma anche, sembrerà strano, un veicolo per la promozione del territorio come, se non più, dello zafferano. Matteo Griguoli è un giovane appena sopra i trenta anni. La sua azienda agricola si trova in via della Perola fra Paganica e Bazzano. Qui 50 anni fa si vedeva soltanto una vasta piana coltivata a prato, ortaggi, grano e mais. Un sistema di canali irrigui ben dosati e soprattutto ben tenuti distribuiva la preziosa acqua del torrente Raiale e delle sorgenti del fiume Vera, sorgenti che ora sono tutelate nella omonima Riserva regionale. Oggi fra Nucleo industriale, piani Case post sisma e abitazioni sparse sorte senza un logico disegno urbanistico, i terreni coltivabili sono residuali. Ma ci sono. Matteo e altri suoi coetanei coadiuvati, ma soprattutto “motivati”, da qualche “anziano” come Dino Masciovecchio, Giovanni Panepucci e Raffaele Alloggia, hanno deciso di restare a coltivare la terra anche se, soprattutto all’inizio, hanno sofferto del “gap” generazionale. «Quando la gran parte delle famiglie traevano sostegno dalla terra le esperienze si trasmettevano da padre in figlio» dice Matteo «e questo garantiva una certa continuità. Qualche decina di anni fa questo filo rosso si è interrotto e noi giovani – che siamo tornati a credere nell’agricoltura e nell’allevamento – siamo stati costretti quasi a ripartire da capo. Non basta gettare un seme per avere il prodotto. Ci vuole cura, passione, amore per quello che si fa». Ma il “gap” ha fatto anche altri danni. A lungo si è pensato che coltivare l’orto fosse mero esercizio per pensionati che avevano necessità di impegnare il loro tempo libero e “svagarsi la testa”. Man mano è scesa anche l’attenzione delle istituzioni e della “politica” verso questioni che davano poco sul fronte del consenso politico e dell’immagine pubblica. «Oggi» continua Matteo Griguoli «quando cerchiamo di confrontarci con interlocutori istituzionali abbiamo spesso l’impressione di essere sopportati più che supportati. Devo dire che qualcosa nell’ultimo periodo sta cambiando ma questo soprattutto grazie alla nostra testardaggine».
L’ACQUA IRRIGUA. C’è un esempio lampante di come l’attenzione “politica” sia calata negli anni. A Paganica e dintorni per avere produzioni ottimali c’è bisogno di acqua, possibilmente di buona qualità, cioè senza elementi inquinanti. Chi ha qualche anno sul groppone ricorda che le acque del Vera erano potabili dalla sorgente al fiume Aterno. In tempi recenti l’irrigazione è stata bloccata (con ordinanze dei sindaci dell’Aquila) perché dalle analisi fatte dagli enti competenti è venuto fuori che in alcuni punti, soprattutto quelli più a valle, c’erano tracce, se pur minime, di salmonella. Le ordinanze, dopo ulteriori accertamenti, sono state revocate ma non risultano studi o interventi per capire come si era generato quell’inquinamento e soprattutto come impedire che si ripeta in futuro. C’è poi la distribuzione giornaliera (estiva in particolare) dell’acqua irrigua, quella che più interessa ai giovani imprenditori agricoli. La gestione fa capo al Consorzio di bonifica Aterno-Sagittario che da anni ormai ha una sede unica a Pratola Peligna. E le questioni aperte sono una miriade. C’è innanzitutto la cura dei canali (o delle “forme” come si dice da queste parti) scavati nel terreno. Le vecchie generazioni di agricoltori curavano i canali come fosse casa propria e questo consentiva uno scorrimento rapido e soprattutto senza eccessivi sprechi. Oggi le “forme” sono un ginepraio. Colpa certo del Consorzio – che fa fatica a ripulire i canali principali – ma colpa anche dei proprietari privati che in molti casi ignorano regolamenti e appelli dello stesso Consorzio per tagliare erba e arbusti che impediscono il passaggio dell’acqua. «Questa dell’irrigazione» sottolinea Griguoli «è la questione chiave. Senza acqua non si può parlare di produzione agricola. Scontiamo anche il fatto che il Consorzio è commissariato da anni. Noi speriamo che si possa tornare al più presto a un’amministrazione normale con i dirigenti eletti dagli agricoltori, agricoltori che tra l’altro pagano tasse molto alte per il servizio. Solo chi la terra la lavora può suggerire soluzioni adeguate alle problematiche».
LE PROPOSTE. La nuova generazione di agricoltori ha anche gli strumenti per fare proposte alla politica. Si tratta di ragazzi con buoni studi alle spalle, con una preparazione culturale importante e curiosi di conoscere le novità che ci sono nel panorama delle produzioni agricole. A Paganica, ad esempio, sull’irrigazione sta riprendendo quota l’idea di sfruttare ex cave di inerti dismesse (le ormai famose cave ex Teges) per realizzare invasi che raccolgano l’acqua in inverno e poi la distribuiscano a valle d’estate (e con le politiche sulla transizione ecologica i fondi si troverebbero).
FARE SISTEMA. Ma non basta produrre. Bisogna trovare le strade giuste per la distribuzione o inventarsi qualcosa. Matteo Griguoli è anche presidente di una società di produttori che gestisce all’Aquila il mercato contadino. E poi bisogna fare “sistema”. «Il nostro territorio» conclude Griguoli «grazie alle produzioni di qualità – dai fagioli allo zafferano ma anche carne e formaggi – deve diventare attrattivo. Per questo va curato il paesaggio: i sentieri, le piste ciclabili, i posti da visitare e tanti angoli bellissimi che in pochi conoscono. Senza dimenticare l’enogastronomia. E serve chiaramente una ricettività legata al cosiddetto turismo lento che sta avendo molto successo». Paganica è la porta del Parco Gran Sasso Monti della Laga con una storia ricchissima che la si può leggere nelle chiese (Madonna d’Appari in primis), nei palazzi (palazzo Ducale e palazzo Dragonetti), in stradine e piazzette (il Colle) che ancora suscitano emozione e in mille altri luoghi pieni di fascino. Tutti elementi che possono dare speranza a chi in questo territorio vuole restarci per continuare sulla strada dei padri e dei nonni. E magari dare anche uno schiaffo al terremoto che, nel 2009, quella strada ha provato a interrompere.
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