I killer della barista restano senza volto

La 30enne che lavorava in un night di Civitella uccisa in un’imboscata a Cese, l’auto utilizzata per investirla fu bruciata
AVEZZANO. È destinato a restare un mistero il delitto Mariana Marku, la 30enne barista albanese ritrovata morta in un campo nella frazione di Cese. La Procura di Avezzano ha disposto l’archiviazione del fascicolo aperto sabato 5 maggio 2012. I killer sono rimasti senza nome e senza volto.
I carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Avezzano hanno lavorato per mesi sul caso. Hanno ascoltato decine di testimonianze, hanno indagato sul passato della giovane che lavorava come barista in un night club di Civitella Roveto, hanno ricostruito le sue ultime ore di vita ma i responsabili della tragica morte rimarranno impuniti.
«C’è una donna morta in un fosso», disse una voce concitata quel sabato di quasi 4 anni fa, alle 14.15, nella telefonata arrivata alla sala operativa dei carabinieri. Un passante aveva notato il corpo di una persona distesa tra il verde dei Piani Palentini, a Cese. La scomparsa di Marku, giovane madre di un bimbo che all’epoca aveva 11 anni, era stata denunciata il giovedì, dal fratello, Valentino, che viveva con lei non lontano dal luogo del ritrovamento. La trentenne era arrivata dall’Albania a Natale dell’anno precedente. I militari la ritrovarono a piedi nudi, con indosso un paio di pantaloni neri e la maglietta leggermente sollevata. Dalle indagini è poi emerso che era stata trascinata in quel posto, aveva infatti i talloni logori proprio a causa dell spostamento.
Secondo la ricostruzione dei militari al comando del tenente Marco Mascolo, coordinati dal sostituto procuratore Guido Cocco, titolare del fascicolo aperto dalla Procura, Marku era rimasta vittima di un vero e proprio agguato. Conosceva chi quella sera l’aveva avvicinata per ucciderla. I carabinieri si sono ritrovati a dover sciogliere un’ingarbugliata matassa a cui però è mancato un anello fondamentale: la collaborazione dell’autorità giudiziaria albanese. Da subito l’attività investigativa si è concentrata su una scheda telefonica che la 30enne aveva in tasca al momento del ritrovamento. Una sim che era stata acquistata circa un mese prima nel Nord Italia, insieme ad altre. Una decina in totale. A comprarle una persona albanese, entrata in Italia proprio dal Nord e che poi ha stabilito dei contatti con la vittima. Una scheda che potrebbe essere stata lasciata alla donna proprio da quell’uomo nei giorni precedenti, come a dirle: «Contattami con questo numero e non con il tuo». Alle 3.30 di giovedì 3 maggio Mariana Marku era ancora in vita. Qualcuno l’avrebbe vista in un locale di Avezzano. Il giallo è ruotato intorno anche al precedente ritrovamento (il giorno prima), in via Pietro Marso a 300 metri dal luogo in cui era nascosto il corpo della vittima, di una Mercedes completamente bruciata. Secondo gli investigatori era proprio quella l’auto con cui la donna era stata investita e uccisa. La parte anteriore presentava colpi compatibili con l’investimento. Era stata rubata a Cerveteri quasi un mese prima. Probabilmente dalla stessa persona che aveva acquistato quelle sim telefoniche. Due gli sms che aveva ricevuto Marku e che testimoniano che qualcuno l’avrebbe dovuta prendere lì sulla strada: «Ti aspetto vicino ai binari» e «Vengo a prenderti».
Marku aveva avuto un appuntamento con il suo assassino che non è chiaro se l’abbia barbaramente picchiata (diverse le ferite ritrovate sul suo corpo) o se l’abbia solo investita schiacciandola contro il guard rail. Chi voleva morta la bella e giovane entreneuse ha agito da vero professionista del crimine. Ha ucciso e ha fatto perdere le sue tracce, dissolte con il passaggio del confine. Il fascicolo è stato archiviato e sul suo nome, almeno al momento, rimangono solo sospetti.
Magda Tirabassi
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